Roberto Berland Genova: 22-09-1958 / 17-04-2019


Roberto Girardi 1958/2019...era un pittore, o meglio, un artista contemporaneo mancato il 17 aprile 2019. Nacque il 22 Settembre 1958 da Cinti Maria Luisa e Berland Pompeo, figlio d'arte, discendente da famiglia con tradizioni artistiche a partire dal nonno Henry, già accademico francese, giunto in Italia per avventurose vicende, che qui si sposò, formò una famiglia e aprì una ditta artigianale di pittura e restauro dove i figli crebbero respirando arte e collaborando con il padre. Pompeo, figlio di Henry, (padre dunque di Roberto,) nato nel 1913, sarà illustre paesaggista post-impressionista e raffinato esecutore di quadri nello stile degli antichi, dai paesaggi alla Magnasco ai fiori sul genere francese, nonché insigne restauratore. Fu, in età giovanile, assieme ad altri valenti artisti, artefice del gruppo della Casana, frequentò l'Accademia Ligustica Ligure che nel 69 lo insignì di titolo ad honorem, e nello stesso modo fu accademico dei 500, delle Accademie Romane e Pontificie più importanti, pur essendo assolutamente avulso da qualsiasi frequentazione politica o lobby di potere. Dario, altro figlio di Henry, fu a sua volta abilissimo pittore di marine stile 700, e altri Berland avevano il pallino artistico della pittura, quasi fosse una predestinazione.
Forse un destino, con un simile background, quello di essere pittore, ma per ROBERTO la pittura è stata molto di più, è stata la sua vita, la sua ancora di salvezza in un mondo che affonda.
Il suo aspetto evocava un orco buono, statura media, barba incolta, il berretto da baseball eternamente calato sulla testa, gli occhi grandi, un poco sognanti, castani come lo erano i capelli divenuti color argento, l’addome prominente di chi ha buon appetito. Solitario come un orso, introverso, sempre chiuso fra le sue quattro mura; dalle finestre del suo primo piano osservava i gatti randagi che gironzolavano lì davanti e le persone che scendevano lungo la strada che porta al convento dei frati cappuccini e quello era il suo microcosmo, il suo occhio sul mondo. Era uno ”strano,” per questo qualificato come invalido civile e periodicamente soggetto a essere sedato con iniezione presso il centro di salute mentale. Non era affatto uno stupido, tanto-meno un demente, la verità é che non accettava la sua identità di adulto e le responsabilità e i doveri che ne conseguono, il confronto con gli altri, dove gli altri sono una società con poca pietà, un mondo chiassoso e aggressivo dal quale rifuggiva. Viveva la sua vita come calata in una dimensione provvisoria, bloccata tra l’infanzia e la prima giovinezza, il dopo gli scivolava addosso nell’attesa di qualcosa di metafisico che prima o poi sarebbe arrivato dandogli l’opportunità di esistere davvero.
La mente lo portava a quando era bambino, alle certezze di affetti che dopo, dall'adolescenza in poi, avrebbe visto drammaticamente sgretolati e socchiudendo gli occhi tornava, allora, a ritroso verso un mondo non ancora nemico, ai giochi, alle fantasie, alle sensazioni di allora. Quella, a suo stesso dire, era” la vita vera,” perfino nei momenti difficili, dove era, almeno in parte, ancora attore, mentre viveva il presente alla stregua di un testimone che dall'interno di una bolla immaginaria vede le cose e le persone passargli accanto. Ci aveva provato a progettare vagamente la sua vita: da ragazzo aveva provato a frequentare un istituto tecnico, sua madre l'aveva anche iscritto presso i Salesiani, ma la prepotenza dei compagni irruenti proprio non la sopportava e non sapeva o non voleva opporre resistenza anche se il fisico era di forte costituzione. Un primo ciclo di scuola alberghiera che frequentò successivamente gli permise di svolgere attività lavorativa presso alberghi e hotel, dividendo l'esperienza con alcuni amici, pochi, con uno dei quali andò tre volte in Inghilterra e lavorò in luoghi anche lussuosi. Quando tornò, l'ultima volta, dichiarò che l'Inghilterra era cambiata, in realtà era cambiato lui e cominciò da allora a chiudersi inesorabilmente fra le pareti domestiche, da sua madre... emiliana, generosa come la sua terra, molto più giovane del marito, fortissima e fragilissima, oggigiorno si dice “bipolare.” Donna di straordinario fascino, dalla personalità esuberante e complicata... leonessa ferita, con un piccolo da proteggere: il figlio più giovane, piccolissimo (più giovane di 14 anni rispetto a Roberto) quando il marito si allontanò; primadonna di una sorta di commedia dell'arte, si inventò una situazione paradossale, con lati comici e drammatici, una specie di “ grande fratello,” senza comunque venir meno al ruolo di madre, educatrice, conduttrice delle faccende di casa, con sempre vivo il senso del dovere. Un'atmosfera surreale, non era facile rapportarsi con lei in modo sereno! Quanto al fratellino, con la sua vivacità portava una ventata di allegria, era però quasi un intruso di cui era molto geloso... e che dire della sorella, (maggiore di un anno)a quel tempo scapestrata e ribelle! Se n'era andata a stare dal padre, poi tornava a periodi e scappava di nuovo dal padre che dopo spinose vicende si era trasferito in via definitiva nella grande casa-laboratorio-museo dove viveva e lavorava (la riappacificazione avvenne diversi anni dopo, non ci fu mai separazione legale tra lui e la moglie nonostante la guerra dei primi anni.) Per Roberto, il padre fu un uomo ingombrante, impossibile esempio da emulare, grande come artista, grande come uomo: si era fatto da solo, aveva costruito un patrimonio dal niente, (dal padre Henry aveva ereditato una valigia di cambiali!) aveva assicurato il benessere alla famiglia, (e continuava comunque a provvedere economicamente a tutto e ciò, era dato per scontato!) uomo dolce e riservato, la sua immagine era stata però sfalsata da un impietoso specchio deformante e la sua figura perse, infine, di autorevolezza.
Fu solo alla morte del padre, nell'87, che Roberto iniziò a dipingere e forse non per caso. Cominciò viceversa a trascurare sempre di più la sua persona, tranne che per il cibo di cui aveva sempre una fame atavica; si trasformò via via nello “ Yeti” come lo chiamavano scherzosamente in famiglia, andò a lavorare saltuariamente, poche volte ancora, poi rinunciò, non riusciva più ad adeguarsi, a stare dentro certe dinamiche. Si attaccò progressivamente a quella che appariva la sola salvezza: la pittura. Non una scelta razionale... era una necessità espressiva: lo capì allorché si trovò provvisoriamente solo nella casa dove abitava sua madre, casa che era stata posta in vendita: scoprì che dipingere gli dava il senso di esistere... poteva incanalare le energie di cui disponeva trasformandole in opere, poteva così proiettare angoscia, fantasie, sogni, malinconie.
Si trasferirono tutti nella casa-museo, un ambiente che favoriva la creatività, dove anche la sorella dipingeva e restaurava quadri, ma Roberto non fu mai incoraggiato e compreso, neppure come artista, poiché non seguiva affatto le orme paterne, la sua era una pittura non tradizionale, una pittura strana che rifletteva il suo autore, e certo non gli avrebbe assicurato di che vivere. Malgrado ciò seguitò a dipingere e si ancorò sempre di più ad abitudini irrinunciabili, un modo per circoscrivere il tempo, il tempo che tutto muta, il tempo che porta via cose e persone. Necessario, allora, scandire le giornate: la cena alle 18 e trenta, come in ospedale, gli stessi, abituali buoni cibi, gli stessi abiti fino a che non fossero laceri. Bisognava fare attenzione con lui, vietato spostare gli oggetti da lui accatastati: erano di appartenenza al suo ordine mentale che non potevi infrangere senza incorrere nelle sue reazioni violente: mai cambiare di posto ai suoi libri, ai cumuli di riviste impolverate! Mai buttare via le cose, anche se consumate, anche se inservibili! Sarebbe stato come togliere una carta da un castello di carte! La televisione era una buona compagna, i buoni film e soprattutto ciò che trattava del mondo animale, tanto da regolare la sveglia anche in ora notturna se quei programmi erano trasmessi dopo mezzanotte. Ancora conservava i magnifici fascicoli a colori che da bambino collezionava e non finiva mai di comprare libri illustrati con immagini della fauna, la più variegata. Forse retaggio di un antico ricordo: quello di suo padre che per incantare i figli ritagliava carta, senza previo disegno, creando forme di animali, carte che avevano fasciato scatole, carte di cibi, carte lucide di biscotti che diventavano cavalli, conigli, pesci variopinti!
Roberto visse con sua madre e suo fratello nella grande casa, fino a che sua madre, dopo due tentativi di suicidio (ingerì sostanze caustiche a cui sopravvisse solo per miracolo e con grandi sofferenze) dovette seguitare la sua esistenza in una residenza protetta, questo a sua tutela e per decisione dell'assistenza sociale. La famiglia si divise ulteriormente, molti beni furono venduti, la casa-museo, arredi d'epoca, quadri antichi (tanti erano stati venduti in precedenza) quadri di Pompeo, tutto fu venduto e Roberto andò a vivere da solo, in una casa appena sopra il centro, un appartamento che gli trovarono e arredarono i fratelli, dove portò i suoi duemila oggetti, anche quelli vecchi e inutili, ma portò i meravigliosi libri comprati a Londra con i fotogrammi delle scene dei film che hanno fatto storia, (due valige stracolme di libri) e le numerose raccolte di fumetti, sua passione da quando era ragazzo. Proprio da giovanissimo aveva scritto un racconto giallo di cui realizzò narrazione e dialoghi... ne aveva immaginato le scene, una per una, che su sua istruzione realizzò un suo amico d'infanzia, (si chiamava R. Leoni) che eseguì con perizia i disegni; ne uscì un bel lavoro, piacque all'editore Ivaldi e fu pubblicato su Kirk n.58. Queste cose rappresentavano le sicurezze a cui aggrapparsi: i film intramontabili, in particolare quelli in bianco e nero, gli attori divenuti mito, che non moriranno mai: James Dean, Marilyn Monroe, Humfrey Bogart, Steve Mq.Queen e tutti gli altri volti celebri sarebbero stati sempre con lui! Li aveva ritratti spesso nei suoi quadri, su tela e su tavola, icone dagli occhi straordinariamente vivi, che il tempo non spegnerà. Non moriranno i personaggi dei fumetti, sono Tex Willer con le sue avventure raccontate in una raccolta completa, sono Corto Maltese con i suoi viaggi, Bonvi con le sue storie, sono tutti gli eroi, i personaggi buffi dei cartoni e le loro disavventure, un mondo che rimarrà così, immutato. Ma non era una persona tetra, Roberto amava le barzellette, possedeva il senso dell'umorismo, aveva una mente giocosa, peccato che non avesse più amici, che avesse rotto i contatti e che da qualcuno si fosse sentito tradito.
Incorrotto rimaneva il mondo delle creature animali, e le bestie le dipingeva trattandole con ammirazione e rispetto, cogliendone il lato selvatico e quello domestico, i gesti di amicizia tra esse e gli esseri umani, attimi di tenerezza, lealtà, vivacità, giochi, abbracci, dolcezze quasi languide, espressioni di una magica simbiosi, il tutto realizzato con colori brillanti, pennellate forti senza pentimenti. Ne è fonte l'energia che nasce dal profondo, la stessa che lo ispira nei ritratti di persone, che sono persone ideali, di cui coglie l'emozione di un attimo di grazia o di malinconia, le tenere effusioni, i delicati sentimenti.
Smise di dipingere, nella nuova casa, limitandosi a fare schizzi a penna su fogli di carta, su pagine di block-notes. Così fu per un certo tempo, ma riprese, con più forza di prima, quando si ritrovò azzoppato, con una gamba irrimediabilmente rovinata (causa l'osteoporosi) nonostante le operazioni e le cure.
Sua sorella lo aveva preso con sé, per un anno e due mesi... tornò poi nella sua casa, quella casa da cui vedeva la stradina che scende dal campetto di San Bernardino, che costeggia il convento, con l'archivolto e gli alberelli sopra il muro. Un microcosmo tranquillo, oltre il quale agisce una dinamica imprevedibile, che trasforma gli elementi in minaccia: là fuori, tutto muove in un turbinio che fa paura, aggredisce, cancella, crea situazioni sconosciute. Non volle più l'aiuto di nessuno, non rispondeva al telefono, non apriva la porta. Per alcuni anni la sorella lo cercò, lo chiamò, gli lasciò lettere nella cassetta della posta, non smise mai di tentare, trovando un muro di gomma e si voltava dall'altra parte se la incontrava per strada. Era stata una sorella discutibile per molti versi, era quella che aveva poi preso il timone alla morte del padre, si era occupata di tutto, in un dualismo con la madre tra complicità e antagonismo. Era stata protettiva, qualche volta, ma si era irrigidita e le sue angolosità lo avevano ferito, cosicché l'aveva relegata in un cono d'ombra, la percepiva ormai come nemica, sulle sue labbra proiettava le sue paure attribuendole frasi da lei non dette e neppure pensate e sentiva voci, che provenivano dalla sua testa. I quadri che dipinse in quella fase sono molto forti: monti irti, alberi dai rami intricatissimi, soli con lembi di fuoco, poi ebbe periodi più tranquilli in cui ritrasse strane tavole imbandite, vetrine di negozi festose, marine con barche alla deriva, grandi palazzi colorati che sembrano cadere sulla baia. Ogni tanto saliva sull'autobus, aiutandosi con le stampelle, per andare a rivedere il mare; si comprava una pizza o la torta di verdure, saliva e si sedeva, fino al capolinea di Nervi, guardando i paesaggi, il mare e il cielo dai finestrini, senza neppure scendere, pago dello spettacolo, per poi andare a ritroso e rientrare.
Nei suoi quadri ci sono piazze con ambulanti che vendono merce stesa sul suolo: provava empatia per gli ambulanti di colore, dava loro dei soldi perché lo aiutassero a portare a casa la spesa, quando usciva per necessità e molto approfittavano, vendendogli chili di fazzoletti, calze, giacche, oggetti di cui si riempiva, senza averne bisogno. Roberto era dalla parte di chi riteneva perdente, povero o malato, e spediva soldi a Unicef, Don Bosco e Onlus di vario tipo.
Fece pace con la sorella: all'ennesima lettera in cui gli chiedeva perdono decise finalmente di aprirle la porta e l'abbraccio che si diedero fu tanto intenso e disperato che avrebbe abbracciato il mondo! La mamma era morta quattro anni prima, era stato al suo funerale tenendosi a distanza... anche con lei aveva rotto da tempo... stette in disparte e se ne andò senza una parola, senza salutare, claudicando, appoggiandosi alle stampelle. Si lasciò docilmente aiutare e accudire dalla sorella per un periodo, l'ultimo... era aprile e la morte lo stroncò il 16 sera, all'età di sessant'anni. Le aveva fatto benedire la palma e gliel'aveva consegnata proprio due giorni prima. Era morto di sera... anche quel giorno si erano visti e lo aveva lasciato tranquillo che mangiava, lo trovò la mattina steso accanto al letto, lungo per terra, freddo, la faccia viola e le labbra bluastre, serrate in un profondo sonno. Morì in grazia di Dio, era stato alla messa dai frati la Domenica, come sempre e se il Paradiso non è una menzogna, Roberto è salito su per quella scala che in un quadro aveva dipinto.
"Tu ti salverai!" le aveva detto una Santa-guaritrice, (la Sopegno di Volvera) un giorno di molti anni prima, quando ancora era ragazzo.

È morto un uomo buono e un artista sincero.

Emilia Berland

 

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Animo delicato

Capita a volte che si faccia fatica a mostrare la parte migliore di noi, che non si riesca a comunicare attraverso parole e gesti il nostro vero io, a dichiarare sentimenti ed emozioni, a uscire dal proprio mondo per far parte di un gruppo. Diceva Ralph Waldo Emerson: “Ciò che ci sta alle spalle e ciò che ci sta di fronte, sono ben poca cosa rispetto a ciò che è dentro di noi.” Roberto Berland era un uomo molto sensibile, carico di emozioni e con tanta voglia di comunicare, ma non riusciva a farlo se non attraverso la pittura, era il suo modo di esprimersi, il modo migliore che aveva per mostrare la sua anima e le sue emozioni. Ecco allora che attraverso il pennello e la tela sbocciavano le parole che aveva difficoltà ad esprimere, che la capacità compositiva, manifestata a volte, con la gioia di un fanciullo, diventavano una dichiarazione d’amore verso la vita e le persone che amava. I suoi soggetti erano legati a ciò che sentiva più vicini al suo mondo, persone, animali e luoghi a lui più cari si fissano sulla tela per diventare eterni ricordi, per regalare a chi lo guarda la stessa prospettiva e le stesse emozioni che ha provato lui nel dipingerlo, per mostrarcelo con i sui occhi e la sua gioia, gioia spesso acerba di un eterno bambino, puro nelle sue emozioni, sincero nel suo cuore. Osserviamoli cercando di ritrovare anche noi quella parte che spesso dimentichiamo, perché come ha scritto Antoine de Saint Exupéry, “tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano.

Roberto Girardi

Giornalista e critico d’arte

 

Activity

Galleria San Donato 17/02/2018

Ultimo evento espositivo: ArtParmaFair 2020

 

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