Pablo Picasso

"Dipingo gli oggetti come li penso, non come li vedo"

(Picasso)

Una bandiera, per molti, per troppi un bersaglio: tale è stato Picasso nel panorama dell'arte del nostro secolo, fino a ieri. Simbolo quasi mitico della modernità, idolo vivente a cui sacrificavano i fedeli del nuovo: vaso di Pandora dal quale sono usciti tutti i mali dell'arte contemporanea per i seguaci dell'antico,  ma da chi è fatta la tradizione antica se non dai vari Picasso delle epoche passate, da coloro che si proponevano di andare oltre alle acquisizioni precedenti? Nel bene e nel male, comunque, sempre si è discusso di Picasso quando il discorso aveva per tema l'arte moderna: che era un modo, per indiretto che fosse, di riconoscerne la decisiva importanza. Oggi, che il tempo ha sedato le acque agitate delle polemiche, il consenso sull'opera del forte pittore spagnolo è ormai universale e tutti lo riconoscono per una delle maggiori personalità espresse dalla nostra avara civiltà: una personalità che « è un sole che ha mille raggi nel ventre », per usare nei suoi riguardi una definizione da lui stesso formulata in una conversazione con l'amico Tériade. E questi raggi, aggiungiamo noi, hanno fatto luce su mondi fino allora inesplorati, hanno penetrato le tenebre dell'interiorità dell'uomo ed hanno gettato bagliori ora radiosi ora sinistri sulla realtà del mondo contemporaneo: poiché Picasso, e qui è una delle caratteristiche dell'artista, mai si rifiuta alla pressione degli eventi civili dell'umanità contemporanea, mai si nega agli impulsi e alle sollecitazioni sia della sua interiorità che dei suoi affetti domestici, mai chiude gli occhi alle proposte culturali e linguistiche dei suoi contemporanei, alle profonde suggestioni magiche delle antiche civiltà preistoriche o cosiddette  primitive. Ma non si traveste, non cambia pelle: è sempre lui, con la sua rapacità prepotente e la sua morsa sul reale, con la sua stregoneria e una passione stragrande. Artista che vive allo scoperto le sue avventure, esposto ad ogni rischio, di ordine civile e di ordine culturale, spinto dall'unica volontà di essere, integralmente, uomo tra gli uomini, di testimoniare, integralmente, la sua umanità: luce razionale e furia istintiva, ansia di conoscenza e di giustizia, violenza e tenerezza amorosa. Esprimere tali semplici e immense qualità ad una temperatura stilistica e sentimentale sempre altissima, questa è certo una delle glorie di Picasso: e ancora l'abbracciare con la sua personalità tutti gli aspetti della problematica moderna, riassumere in sé tutti i momenti della lunga storia dell'uomo, rivalutandoli e vivificandoli nell'attrito con la sua sensibilità, dominare tutti i campi del reale, rivelandone insieme la convenzionale apparenza esteriore, sia pure ridotta a cifre figurali di difficile riconoscibilità e la più segreta dimensione mentale. Sempre con una potente carica di vitalità e una forte scossa emotiva, sempre nell'intento di creare un'immagine completa e complessa dell'uomo, ma vera fino ad essere spietata, integrale a costo di apparire caotica e dispersiva. Con Picasso la pittura per la prima volta giunge a rappresentare per immagini non solo l'apparenza della realtà, e nella realtà i sentimenti, ma anche i contenuti intellettuali relativi alla percezione della realtà stessa: per questa via la rappresentazione si fa racconto, per questa via l'esperienza totale dell'artista entra in gioco in ogni dipinto. La pittura non è più un ideale astratto di bellezza formale o una lirica configurazione delle apparenze visibili: è la narrazione oggettiva del pensiero che l'artista ha di una cosa o di un fatto, dell'emozione che l'artista sente di fronte a quella cosa o a quel fatto. L'esteriore rassomiglianza tra il modo di apparire della realtà visibile e le immagini dipinte non ha più valore alcuno e l'artista non ha più bisogno di avventurarsi nell'immenso dominio della natura alla ricerca di « motivi » e di « impressioni »: in se stesso porta il suo patrimonio d'esperienze conoscitive ed emozionali e da se stesso deve estrarle per rivelare la configurazione del reale nella sua interiorità, per questo una volta Picasso, che non dipinge mai sul modello né dal vero, ha affermato: « io non cerco, trovo ». Una realtà che, sradicata dal contesto metafisico in cui veniva immessa dalla tradizione filosofica ottocentesca, risulta ora come un'esperienza individuale, come la somma di quei molteplici riferimenti e relazioni che si stabiliscono all'interno della personalità nel momento in cui entra in contatto con essa: da una parte vi è l'azione organizzante dell'intelletto, che dalla percezione della realtà estrae alcuni dati ad essa relativi e di essa caratterizzanti, dall'altra vi sono gli interventi affettivi, morali e sociali, sia inconsci che conquistati alla coscienza, che la deformano sotto la spinta di desideri di possesso o di furiosi risentimenti, attraverso impulsi di pietà o d'amore, d'angoscia o di paura, di giustizia o di rivolta. Render conto di questi complessi fenomeni della realtà, dare un volto nuovo a questa nuova e inesplorata dimensione della realtà, sempre mutevole e in divenire: tale è l'impegno che Picasso affida alla pittura. Nessuno, prima di lui, aveva azzardato un assunto così difficoltoso, pertanto egli viene a trovarsi di colpo nella scomoda posizione di chi deve plasmarsi inediti strumenti formali e lin­guistici adatti alla nuova esigenza espressiva:  da qui consegue la sua rivoluzione, tanto incompresa sul nascere, che non è mai volontà di distruzione di convenzioni rappresentative tradizionali, quanto assoluta necessità di gettare le basi di una nuova convenzione formale narrativa, valida all'espressione dei suoi propositi e dei suoi contenuti. Che sarà, per gran parte, fondamento della pittura moderna. Questo spostamento di finalità, quindi di mezzi  nell'opera d'arte, che da rappresentativa si fa narrativa, da figurazione di un oggetto visibile si fa figurazione di un complesso momento interiore, pertanto invisibile, è la causa prima dell'incomprensione che vasti strati di pubblico hanno sempre manifestato nei confronti dell'opera di Picasso: proprio perché non si volevano intendere le ragioni che lo portavano all'apparente distorsione della realtà e perché non si sapeva accettare quello spostamento di partenza. Oggi che meglio s'intende la necessità espressiva che conduce l'artista spagnolo nella sua violenta costituzione dell'immagine, risultato non di quello che vede, ma di quello che sa e sente, oggi anche il pubblico medio è in grado di avvertire la forte scarica emozionale che si sprigiona dalle sue opere in cui, in termini di accesa passionalità e di fervida immaginazione, si svolge un racconto realistico di assoluta autenticità e verità umana. Le tappe del percorso dell'artista spagnolo, negli anni precedenti la creazione del linguaggio cubista, si svolgono nel clima della cultura europea fin de siede e sono improntate ad una doppia ricerca, spesso ma non sempre coincidente: da una parte una ferma volontà di stile, di composta armonia di forme chiuse entro una rigorosa struttura disegnativa, dall'altra una violenza emozionale che talora è trattenuta dal disegno, miracolosamente resistente alla tensione vitalistica che lo scuote dall'interno, talora si espande nella pennellata rotta e convulsa che esalta al massimo questa furente espressività dell'artista. Se le precoci opere, eseguite a La Coruna, dimostrano intenzioni di severa monumentalità di forme, nei dipinti di Barcellona già si viene affermando un impegno sociale e morale che è chiaro segno di un allargamento d'interessi nel pittore e di una sua adesione a quelle tendenze populiste allora così diffuse in Europa, specie attraverso le illustrazioni e i disegni di Steinlen: ed a Barcellona, un vivace centro aperto anche al commercio delle idee, Picasso ha la sua prima vera formazione artistica, a contatto con poeti e pittori aggiornati sulle novità europee e partecipi del vasto dibattito simbolista, tra gli altri vi è Nonell, pittore non mediocre che veste di pietà le sue consuete figure di miserabili e diseredati. Anche il giovane Pablo sente il richiamo di una pittura intrisa di umori sociali e, naturalmente, si trova a subire l'influenza del maggior pittore realista dell'Ottocento, Daumier: questa non è certo la sola influenza all'interno della personalità in crescita dell'artista, come non è la sola inclinazione poetica nella sua esplorativa ricerca di se stesso. Riaffiorano elementi della cultura artistica tradizionale spagnola, dalla scultura medioevale a El Greco, si introducono inquietudini simboliche di ascendenza nordica o suggestioni impressioniste alla Manet, si insinuano stilismi di stampo preraffaellita o addirittura giapponese: con il viaggio e il soggiorno parigino nell'autunno del 1900 la sua cultura si arricchisce ancora di nuovi e stimolanti apporti che vanno da Gauguin a Van Gogh, da Tolouse-Lautrec ai Nabis, da Cézanne a Forain.

Gerhard Richter   Mark Rothko   Georges Braque   Andy Wharol   Artinvest2000. Salvador Dalì: "Gli orologi molli: la persistenza della memoria" 1931.