Luca Alinari

Ha frequentato la Facoltà di Lettere e si è occupato al principio di critica letteraria.
La sua prima mostra personale risale al 1969 a Firenze e da allora è riconosciuto come uno degli autori più significativi dell’arte contemporanea.
I suoi primi riferimenti stilistici sono alla corrente “Neodada”, in adesione alla quale utilizza le tecniche più diverse: disegno con uso di colori fluorescenti, decalcomania, collage, trasposizioni fotografiche.
Nella seconda metà degli anni Settanta comincia ad essere invitato alle più significative manifestazioni artistiche e nel 1982 partecipa alla Biennale di Venezia.
Le sue opere, che costituiscono il diario fantastico ed affascinante delle vicende del nostro tempo, si esprimono attraverso una notevole precisione figurale. L’elemento fondamentale della pittura è l’assenza di piani prospettici; i suoi paesaggi richiamano al giocoso e fantastico mondo dell’infanzia. I suoi quadri, sono veri e propri mondi fiabeschi e si caratterizzano per la vivace stesura dei colori su stoffe già colorate, con sfumature particolarissime legate ad un mondo poetico del tutto personale.
C’è un certo mistero in quelle due figure femminili, come se fossero galassie sospese nello spazio, mentre la piccola Terra fluttua sopra di esse. E’ una pittura attraente, con qualcosa di "segreto" che non si rileva mai completamente...
Josè Saramago

Pensieri:
ho sempre cercato nell’arte, in qualunque arte, la novità. Cioè, qualche cosa che non avevo mai visto prima, che mi stupisca, mi sorprenda, mi entusiasmi, mi provochi quel sentimento, così pungente e sotterraneo, il più sicuro segno dell’ammirazione, che è l’invidia. Che delizia l’invidia, che sentimento pieno, sicuro, inequivocabile e dolcissimo, e come somiglia all’amore e alla gelosia. Avevo visto, sogguardato, sbirciato, "fulminato con lo sguardo" alcune opere di Luca Alinari nella sua casa di Firenze, una bella casa liberty così simile alla scena fissa di un teatro di prosa fin-de-siecle, forse di Vaueville, forse di marionette e avevo promesso di scrivergli qualche cosa quando fosse arrivata l’occasione. Ora l’occasione è venuta ed eccomi presente all’appuntamento. Nel frattempo (casa e opere le avevo viste alcuni anni fa) mi arrivavano cataloghi di Luca Alinari e, quanto avevo visto, si era sedimentato nello sguardo e via, via si riaccendeva. Ricordavo: la sua casa, con i suoi rosei cilestrini, la figura fisica di Luca Alinari, allampanata fuori di tempo come i suoi baffetti, mi ricordavo a sua volta il lampo di uno sguardo di Montale a Trieste, su un soprabito svolazzante e nerastro dietro cui si nascondeva un pittore di cui Bobi Bazlen, al suo fianco, disse il nome: Carmelich, scomparso nella bora. Si nasconde dietro Luca Alinari un poeta futurista del 1910, un magro e altissimo ufficialetto con mostrine color di fiamma o ancor più ridotto, uno di quei giocattoli che si chiamano jo-jo? E quei suoi stranissimi quadri rosei e celestrini con biscottini e fagiolini e budini, con figure dai nasini ad antenna elettrica o spirale, con cubi e coni in testa come Pinocchio, quel suo amalgama pazzesco, meticolosissimo, e colorato in trasparenza nascondeva forse i relitti minimi e interrogativi di tutte le infanzie del mondo? La sorpresa, l’invidia agivano col tempo, si arricchivano di nuovi cataloghi, nuovi quadri che mi giungevano via via, si sarebbe detto, attraverso l’etere: trasmissioni di una radio a galena i sui scoppi ti lasciano intendere in mezzo a lunghissime, noiose pause il borbottio, il trillo di una voce, di una mezza parola mai compiuta? Non posso dirlo. Una cosa era certa: non avevo mai visto quadri così, e la sorpresa, la novità era dunque e comunque assicurata. Sì, qualche cosa avevo visto che assomigliava, ma non era lui: il pazzo Sonnestren, i colori dell’intabarrato Hundertwasser che scompare nelle nebbie dell’inverno veneziano, soprattutto il Signor Bonaventura e Sergio Tofano, lui stesso con i suoi baffetti e la sua farfallina nell’estranea Roma. Non avevano e non hanno, i quadri di Luca Alinari, che il guizzo di un passaggio di corrente, una filiforme lingua azzurra in movimento: ed è tutto. Ma basta così, il corto circuito avviene e fulmina. Come potrò più dimenticare quel cugino Mario con naso a resistenza elettrica, uscente da una casa-vortice, verso uno spazio con fabbriche e ciminiere, e in cielo una navetta trottola di polvere pirica? L’impressione generale è quella di una favola senza fine, infilata dentro un caleidoscopio, con piante, vermicoli e bacilli e alberi e paesaggi in una pazza danza contro l’arcobaleno. Ma, come si vede, è assai difficile definire, anche per accumulo, i quadri di Luca Alinari. Basti dire che, per quanto mi riguarda, l’inconscio diventa una solida roccia a cui aggrapparsi, e da lì contemplare sia isole felici che foreste e campanili e coni di gelato guizzanti in un cielo di coriandoli. Intatta rimane l’invidia. Perché? Cercheremo di rispondere a questa domanda sempre essenziale. E naturalmente con la diabolica e infantile magia di Luca Alinari ma, ahimè!, con la pallida, eco della parola di uno scrittore e non di un mago. L’invidia è presto detta: è l’invidia per chi riesce a trasmettere l’idea dell’arte moderna. Quella scomposizione di forme attraverso le visioni della fantasia e non soltanto delle forme e dei colori; è insomma quello che io pensavo fin da ragazzo fosse e dovesse essere l’arte moderna. Sono i segni a pastelli di cera che io stesso facevo dai quattro ai cinque anni su una carta con l’idea di copiare certe illustrazioni di Pinocchio. Poi chiedevo il parere e mi si diceva: "Ma Pinocchio dov’è? Non si capisce niente. Luca Alinari è riuscito ad esprimere l’idea di Pinocchio. Vogliamo dire l’idea platonica? Quale improbabile interrogativo in questo suo lavoro e quanta felicità! Se è vero, come è vero, che l’infanzia è la culla dell’arte, Luca Alinari ci vive in perpetuità, tra guancialini e merendine, nei tremori dei temporali, delle lampadine fulminate, delle resistenze elettriche dei proibiti cavi di corrente. Cero, è difficile uscire dalla Veduta dell’auto in sosta o da Radio (sono titoli dei due bellissimi quadri), ma come si va si esce comunque nell’etere: abitato, abitatissimo di elettricità, di segni e spirali, salvo forse in qualche Isola dove la lastra variegata del mare azzurro profondo ci attende per un tuffo. Abitatissimo anche quello.

Goffredo Parise

 
 

 

Gerhard Richter   Mark Rothko   Georges Braque   Andy Wharol   Artinvest2000. Salvador Dalì: "Gli orologi molli: la persistenza della memoria" 1931.