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L'Ultima Cena di Leonardo è un capolavoro di
composizione su scala monumentale. La scena è ambientata in uno spazio
relativamente limitato. Le figure accalcate intorno alla tavola sono possenti:
se si alzassero non avrebbero a loro disposizione uno spazio sufficiente. Per la
prima volta viene qui applicato un principio della composizione classica: le
figure sono molto più grandi in
proporzione allo spazio circostante. È vero che l'ambiente è "esatto" dal punto
di vista della costruzione prospettica: l'estensione simulata del refettorio
richiedeva per la stanza un'architettura strutturalmente chiara e priva di
ambiguità: la quadratura del pavimento, il soffitto a cassettoni, le tappezzerie
alle pareti, l'articolazione della finestra e della tavola, sono i mezzi
apparentemente semplici, ma in realtà assai
meditati, adoperati per ottenere questo effetto. Viene qui adottato un
procedimento artistico che muta completamente il rapporto fra il gruppo di
figure e lo spazio circostante, senza infrangere le leggi della costruzione
prospettica: il bordo dipinto che circonda la scena esclude una parte del
soffitto e anche delle pareti laterali abbastanza ampia da proiettare
all'esterno tavola e figure, tanto da farli sembrare contenuti nel refettorio
stesso. Questo accorgimento artistico non è l'unico: le figure infatti non sono
disposte in armonia con la vaga linea architettonica: al contrario, ogni figura
e ogni gruppo è raffigurato come avesse un proprio piano frontale e venisse
osservato faccia a faccia. Oltre a questi due fattori di mutamento, abbiamo già
visto, Leonardo fece uso di figure sproporzionatamente grandi. La loro esistenza
sembra richiedere più spazio di quanto non ne abbiano a disposizione. E proprio
questa forza che esige spazio, implicita nei loro movimenti, è una delle cause
che stanno alla base dell'effetto monumentale del dipinto. L'attenta
applicazione delle leggi della prospettiva geometrica è completata e
perfezionata dalla prospettiva di atmosfera e di colore che Leonardo non si
stanca di sviluppare ed esporre nel suo Trattato della pittura [...]. Fra gli
aspetti positivi del più recente restauro dell'Ultima Cena, si annovera il
vantaggio incalcolabile che oggi la grande abilità di Leonardo nel trattare il
colore esercita nuovamente il suo effetto forte e diretto; e ciò anche con il
poco che resta del dipinto originale. La stanza è immersa in una luce smorzata
ma chiara. Vi sono due sorgenti di luce: gli ultimi bagliori del giorno morente,
che entrano da dietro, attraverso la finestra con il suo attraente panorama di
campagna; e la luce che entra da davanti, a sinistra, dalla finestra del
refettorio stesso. Questo permette a Leonardo di dare al suo gruppo di figure,
che si situa per così dire fra due zone di luce, un rilievo accuratamente
graduale. Il suo uso del colore consiste nel "dipingere nei toni della luce" nel
vero senso dell'espressione. Entrambi i colori degli abiti di Cristo - il rosso
della tunica e l'azzurro del manto - sono riflessi nel piatto di peltro posto
davanti a lui; in modo analogo il piatto di fronte a Filippo riflette il rosso
del suo mantello. I colori delle vesti degli apostoli sono distribuiti con una
meravigliosa gradualità attraverso il dipinto. (Ludwig H. Heydenreich, 1974
[1982]).
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