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"Introduzione al mondo dell'Arte" di  E.H.Gombrich

 

Camille Pissarro

Gustave Caillebotte (1848-1894)

 

 

 

 

E.H.GombrichCos'è l'arte?

 Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana, e nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose. Non c'è alcun male a definire arte tutte codeste attività, purché si tenga presente che questa parola può significare cose assai diverse a seconda del tempo e del luogo, e ci si renda conto che non esiste l'Arte con la A maiuscola che è oggi diventata ridicola e spaventosa.

 

Il piacere dell'arte

 Io non credo veramente che esistano modi sbagliati di godere un quadro o una statua. A uno piacerà un paesaggio perché gli ricorda la sua casa a un altro un ritratto perché gli ricorda un amico: in questo non c'è alcun male. Tutti noi, vedendo un quadro, siamo indotti a ricordare mille cose capaci di influire sulle nostre reazioni. Fin tanto che tali reminiscenze ci aiutino a godere ciò che vediamo non c'è da preoccuparsi. Ma quando qualche reminiscenza di scarso valore diventa un pregiudizio, abbiamo il dovere di frugare nella nostra mente per scoprire la ragione di un'avversione capace di neutralizzare un piacere che altrimenti avremmo avuto. Ci sono ragioni sbagliate per non godere di un opera d'arte.

 

L'arte fotografica

 Molti desiderano vedere nei quadri ciò che amano nella realtà: è una preferenza naturalissima. A noi tutti piace la bellezza della natura, e siamo grati a quegli artisti che nelle loro opere ce l' hanno conservata. La gente spesso vuole ammirare l'abilità dell'artista nella rappresentazione delle cose così come sono.

Preferisce le pitture che paiono "vere". Non nego che questa sia una considerazione importante: la pazienza e la bravura volte a rendere con fedeltà il mondo visibile sono senz'altro da ammirare. Grandi artisti del passato hanno dedicato molte fatiche a opere nelle quali è accuratamente riprodotto ogni minimo particolare; ora se un artista disegna a modo suo lo si considererà un abborracciatore che non sa fare di meglio. Quando ci sembra che che un quadro pecchi nell'esattezza del minimalismo dobbiamo sempre domandarci in primo luogo se l'artista non abbia avuto le sue ragioni per modificare l'aspetto di ciò che ha visto; ed in secondo luogo non dobbiamo mai condannare un'opera per il fatto di essere scorrettamente disegnata. Siamo tutti propensi ad accettare come i solo esatti i colori e le forme convenzionali.

 

La genialità dei pittori

 Ora i pittori si sentono come in viaggio di scoperta, essi vogliono una visione fresca del mondo, fuori di ogni nozione scontata, di ogni pregiudizio sulla carne rosea, sulle mele gialle o rosse. Non è facile affrancarsi da queste idee preconcette, ma gli artisti che meglio ci riescono creano spesso le opere più interessanti. Sono loro che ci insegnano a vedere nella natura bellezze nuove che mai avremmo sognate. Se li seguiamo e impariamo da loro, perfino guardare dalla finestra potrà diventare un avventura emozionante. Non c'è peggior ostacolo al godimento delle grandi opere d'arte della nostra riluttanza a superare abitudini e pregiudizi. Una pittura che rappresenti in un modo insolito un soggetto familiare viene spesso condannata adducendo il futile pretesto che essa non sembra "esatta". Quanto più sovente vediamo rappresentata in arte una vicenda, tanto più saldamente ci persuadiamo che debba sempre essere rappresentata su tale falsariga.

 

 

 

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Caravaggio preso ad esempio...


 A proposito dei soggetti biblici, poi, è particolarmente facile sollevare vespai: benché le scritture non ci dicano nulla dell'aspetto fisico di Gesù, benché Dio stesso non possa essere immaginato in forma umana e benché si sappia che gli artisti del passato furono i primi a creare le immagini alle quali ci siamo venuti abituando, molti credono ancora che discostarsi da queste forme tradizionali sia una bestemmia. In realtà furono in genere gli artisti immerse nelle Sacre Scritture con la massima devozione e attenzione a tentare di crearsi una visione interamente nuova degli episodi della storia sacra. Un tipico "scandalo" divampò attorno al Caravaggio, un artista italiano rivoluzionario e di grande ardimento, che operò intorno al milleseicento. Gli era stato ordinato un quadro di "San Matteo" per l'altare di una chiesa romana: il santo doveva essere rappresentato nell'atto di scrivere il vangelo, e per mostrare che i Vangeli erano la parola divina doveva essergli posto vicino l'angelo ispiratore. Caravaggio, un giovane artista serio ed intransigente, cercò di raffigurarsi la scena di un vecchio e povero operaio, un semplice pubblicano, improvvisamente alle prese con un libro da scrivere. Così dipinse San Matteo calvo, con i piedi nudi e polverosi, che afferra goffamente il grosso volume e aggrotta ansiosamente la fronte nell'insolito sforzo della scrittura. Al suo fianco dipinse un angelo adolescente, che sembra appena giunto dall'alto e che dolcemente gli guida la mano come può fare un maestro con il bambino. Quando Caravaggio consegnò il quadro alla chiesa sul cui altare doveva essere appeso, suscitò scandalo per questa presunta mancanza di rispetto. Il dipinto non fu accettato e Caravaggio dovette ricominciare da capo. Non volendo però correre ulteriori rischi si attenne scrupolosamente alle idee più convenzionali circa l'aspetto di un angelo e di un santo. Ne risultò certo un buon quadro, perché Caravaggio si era sforzato di renderlo vivace e interessante, ma lo sentiamo meno spontaneo e coerente al primo.

 


La perfezione dell'artista


 E' affascinante seguire l'artista nel suo sforzo di raggiungere l'equilibrio perfetto, ad esempio una delle famose Madonne di Raffaello: la "Madonna del prato", è senza dubbio bellissima e affascinante, le figure sono mirabilmente disegnate e l'espressione della Vergine che guarda i due fanciulli è indimenticabile. Ma se osserviamo i primi abbozzi che ne fece Raffaello capiremo che la sua difficoltà fu l'ottenere il rapporto esatto che avrebbe determinato la massima armonia d'insieme. Egli pensò inizialmente di rappresentare il bambino Gesù nell'atto di allontanarsi dalla madre, con lo sguardo volto all'indietro verso di lei, e provò a mettere in diverse posizioni la testa della Vergine per adattarla al movimento del bambino. Poi decise di rappresentare il bambino di scorcio con lo sguardo levato verso la madre. Tentò ancora un'altra strada, introducendo il piccolo san Giovanni, ma con il Bambino Gesù che invece di volgersi a lui guarda un punto fuori dal quadro. E poi cercò ancora un'altra soluzione, ma sembrò alla fine spazientirsi dopo aver provato a girare la testa in tante direzioni. Nel suo album di schizzi c'erano parecchi di questi fogli in cui tentò e ritentò di equilibrare nel modo migliore le tre figure. Ma se guardiamo di nuovo la stesura definitiva, constatiamo che infine riuscì nel suo intento: tutto appare ora nella sua giusta posizione, e l'equilibrio e l'armonia che Raffaello raggiunse a prezzo di così dura fatica sono tanto naturali e spontanei da passar quasi inosservati, eppure proprio questa armonia rende ancor più bella la Madonna e deliziosi i bambini.

 


La "non"presenza di regole in Arte


In alcuni periodi artisti e critici hanno cercato di formulare le leggi della loro arte, ma il risultato fu sempre che artisti scadenti non ottennero nulla tentando di applicare queste leggi mentre i grandi maestri potevano infrangerle e raggiungere, ciononostante, un' armonia impensata. Quando il celebre pittore inglese Sir Joshua Reynolds spiegò agli studenti della Royal Academy che l'azzurro non deve apparire nel primo piano dei quadri, ma deve essere riservato agli sfondi lontani e ai colli che sfumano all'orizzonte, il suo rivale Gainsborough, a quanto si dice, volendo dimostrare che queste regole accademiche sono per lo più prive di senso, dipinse il famoso "Ragazzo in azzurro", il cui vestito al centro e in primo piano si staglia splendidamente sul bruno caldo dello sfondo. La verità è che riesce impossibile stabilire regole del genere, perché non si può mai conoscere in precedenza l'effetto che l'artista vuole raggiungere. forse si varrà anche di una nota stridente e discorde, se gli accadrà di trovarla "a posto". Non essendoci regole per stabilire quando una statua o un quadro sono "a posto", è in genere impossibile spiegare a parole il motivo esatto per cui ci sentiamo in presenza di una grande opera d'arte. Ma ciò non significa che un'opera valga l'altra o che non ci possano essere divergenze di gusto. Divergenze e discussioni, se non altro, ci inducono a guardare i quadri; e più li guardiamo, più scopriamo particolari che ci erano sfuggiti. Cominciamo a sviluppare in noi la capacità di cogliere quel senso dell'armonia che ogni generazione di artisti si è sforzata di raggiungere, più sentiremo queste armonie, più ne godremo; è questo ciò che importa.
Il vecchio proverbio che i gusti non si discutono potrà essere vero: ciò non toglie che il gusto si possa sviluppare.

 


Il piacere di ammirare l'Arte


Non si finirà mai di imparare in arte.  Ci sono sempre cose nuove da scoprire, ogni volta che ci poniamo dinanzi ad esse, le grandi opere appaiono diverse, sembrano inesauribili e imprevedibili come veri e propri esseri umani,formano un emozionante mondo a sé, con le sue strane leggi e con i suoi eventi. Nessuno deve presumere di saperne tutto, perché nessuno lo potrà mai. Nulla è più importante di una mente fresca per godere queste opere, per poterne cogliere ogni allusione e avvertirne ogni nascosta armonia, una mente soprattutto non stipata di paroloni altisonanti e di frasi fatte. E' infinitamente meglio non sapere nulla dell'arte che avere quella pseudocultura che origina lo snobismo. E' un pericolo ben reale: c'è gente, ad esempio, che dopo aver inteso le elementari ragioni dell'arte e come possano esistere grandi opere d'arte scevre degli ovvi requisiti di bellezza, di espressività o di esattezza di disegno, s'inorgoglisce tanto da pretendere di gustare solo opere non belle e dal disegno scorretto. E' gente assillata dal timore di essere considerata incolta se confessa di gustare un'opera troppo bella o patetica. Così nasce lo snobismo, che fa smarrire la pura capacità di godere l'arte e fa definire "molto interessante" ciò che in realtà trova repellente. Non vorrei causare un equivoco del genere, e piuttosto che essere interpretato in un modo così acritico preferirei non essere creduto.
Un consiglio...
Forzate voi stessi di guardare l'opera d'arte con sguardo vergine e avventuratevi in esso in un viaggio di scoperta, sarà certamente un'impresa ardua ma ben più ricca di soddisfazioni; e nessuno potrà prevedere con che cosa, da un simile viaggio farà ritorno a casa!

E.H.Gombrich

 


 

"L’OPERA D’ARTE E LA SUA COMPRENSIONE" di:  Prof.ssa Leonarda Venuti Matteucci

 

L’opera d’arte come impressione ed espressione del proprio io è l’ineguagliabile linguaggio assumente una dimensione universale, paritetico a tutti, diretto ed efficace. Quando l’opera è esposta diviene raggiungibile da chiunque e davanti a essa la suggestione di chi ne gode è inesorabile: l’opera d’arte come azione del suo creatore rende inevitabile la reazione del pubblico ad essa.

L’operato artistico si rivela, per suo effetto diretto, a tutti coloro in preda ad un anormale quanto speciale stato di coscienza, l’estasi, svincolato dalla realtà e accompagnato ad un senso di rapimento. Cortese ai tolleranti e agli attenti, a coloro che sanno pazientare, è sprezzante nei riguardi dei frettolosi e superficiali. L’incontro con essa, non dissimilmente dall’incontro con le persone, rende necessario andare al di là della prima impressione: non sempre quello che “vediamo” corrisponde a quello che “crediamo” di vedere.

L’artista come emittente produttivo esige un destinatario scevro, svincolato da ogni pregiudizio. Il canale, il mezzo fisico che permette a emittente e destinatario di entrare in contatto risulta così evidente, e l’osservazione meticolosa è la sua chiave di lettura. Per divenire un esperto osservatore è indispensabile esercitarsi ad analizzare, descrivere e riflettere su ciò che si vede.

Osservare non è un’azione facile, istintiva, ma richiede intelligenza, conoscenza e sensibilità; operazione complicata durante la quale non usiamo solo gli occhi, ma anche la mente: noi guardiamo con i primi, ma percepiamo con la seconda. Le immagini, qualunque esse siano, parlano, comunicano, attraverso un linguaggio fatto prevalentemente di segni, forme, colori.

Esistono tanti tipi di immagini con funzioni diverse. L’uomo, per comunicare, oltre al linguaggio verbale, si serve di linguaggi non verbali fondati sull’intero arco delle capacità percettive: messaggi olfattivi, tattili, uditivi, visivi. L’opera d’arte, forma eclettica, completa, si esprime e comunica con uno o più o anche con tutti questi linguaggi, sottraendoli alla normalità, alla usualità del banale ed elevandoli a strumenti creativi.

E’ qui che entra in scena l’educazione visiva che insegna il saper vedere e osservare, unitamente all’acquisizione della capacità di discriminare, riconoscere, confrontare, memorizzare, ricostruire, rielaborare e produrre messaggi visivi, individuare le relative strutture e funzioni, e interpretarne i significati. I linguaggi visivi sono costituiti dall’organizzazione di un insieme di segni in immagini, e, come il linguaggio verbale, hanno un’organizzazione, delle regole e delle strutture, una grammatica e una sintassi.

Le immagini si formano, come le parole, grazie alle aggregazioni di segni fondamentali corrispondenti alle lettere dell’alfabeto. La forma e la struttura delle immagini rispondono a norme e principi che possono definirsi come la grammatica del linguaggio visivo; mentre la loro composizione costituisce la sintassi. Gli elementi grammaticali possono essere il punto, la linea, la superficie, il volume, la luce, il colore; mentre le regole sintattiche sono quelle relative allo spazio, al movimento, al ritmo, al peso, all’equilibrio e alla simmetria.

A seconda dell’elemento visivo dominante si parla di linguaggio grafico, quando prevale il segno, linguaggio pittorico quando prevale il colore, linguaggio plastico quando prevale il volume, linguaggio spaziale, quando prevale lo spazio o quando quest’ultimo ha comunque un ruolo determinante, come ad esempio nell’architettura.

Quindi un prodotto artistico nella maggior parte dei casi non è altro che il risultato del modo in cui gli elementi del linguaggio visivo vengono utilizzati per esprimere qualcosa. Un’opera d’arte mostra le abilità, le tecniche e la creatività dell’autore, riflette la sua personalità, la sua cultura, e quella del periodo e del luogo in cui è stata realizzata. L’opera d’arte, come fonte di energia, colloquia, interagisce con l’osservatore; essa, come soggetto, è lo psicoanalista a cui l’osservatore dice il “vero”.

L’opera ha funzioni polivalenti, istruisce, insegna, e allo stesso tempo è fonte di introspezione, è il mezzo conoscitivo del proprio io, davanti ad essa risultiamo “nudi”, sinceri, per quello che veramente siamo e vogliamo, ogni rimozione tende a essere annullata. Come attività essenzialmente mentale determina una reazione psicologica ed emotiva. Non tutti vediamo allo stesso modo: in casi come questi si parla di interpretazioni dissimili di una stessa entità artistica. Alcuni particolari, forme e colori vengono percepiti e ricordati più facilmente, perché l’attenzione di ognuno si concentra su ciò che più lo interessa.

Il capire un’opera d’arte, sia essa antica, moderna o contemporanea, è un’azione difficile e audace, per il rischio di scadere in banali interpretazioni semplicizzanti o in un atto di presunzione nell’ affrettato mal giudicare. Il senso maggiormente stimolato dalle opere antiche, era la vista o tutt’al più il tatto. Nell’arte contemporanea vi è la tendenza a un coinvolgimento percettivo globale in quanto oltre alla vista e il tatto, reagiscono ad essa l’udito e l’olfatto.

Tutti noi siamo potenzialmente degli artisti. Inventare significa creare con l’ausilio della fantasia; tutti noi possediamo la “creatività”, cioè la capacità di vedere e pensare la realtà in modo diverso dall’usuale e di poterla reinventare come una cosa nuova. La creatività non è solo istintiva, riservata a pochi eletti, ma aumenta con la conoscenza. Essa è l’espressione più profonda di noi stessi, è l’originalità vera, il superamento degli stereotipi.

Inventare non vuol dire forgiare dal nulla; “l’invenzione innovativa”, consiste nel creare nuove immagini utilizzando immagini note, con accostamenti imprevisti. Ad un osservatore inesperto queste realizzazioni possono addirittura sembrare deformazioni dovute all’incapacità di riprodurre il vero. Frasi come “L’arte deve essere capita da tutti, altrimenti non è arte”, “Che bello, sembra vero”, “Che brutto, non si capisce cosa rappresenta” oppure “Questo lo so fare anch’io”, sono solo alcune delle frasi spesso ricorrenti, grossolani stereotipi usati nel giudicare un’opera d’arte.

E’ in realtà opera d’arte “bella” quella che si distingue da quei quadri, spesso accatastati sulle bancarelle delle fiere o sotto i portici delle vie cittadine, improbabili scimmiottature di autori moderni e contemporanei, oppure raffiguranti occasionali mareggiate, funghi, pere, paesaggi o fiori, solitamente abbinati a cornici finto-antiche in similoro.

Una paccottiglia che però piace alla gente dal momento che costa poco ed è semplice da capire, non richiede cultura e impegno. Si tratta in genere di opere dozzinali, fatte in serie e in poco tempo, di effetto appariscente, dal banale accostamento di innumerevoli colori vivaci, sufficienti allo spettatore impreparato che le giudica “opere d’arte”, anche “belle”; esse sono invece tecnicamente scadenti, stereotipate nell’immagine, non suggeriscono alcuna emozione, ben lontane dalla vera opera d’arte. L’opera d’arte, come la bellezza personale ed esclusiva, è unica, non ne può esistere una copia.

 

Prof.ssa Leonarda Venuti Matteucci

 

 


 

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