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Giorgio Flis
Spaziando a ritroso, a
partire dagli anni novanta, nell'esercizio di riconsiderazione
dell'opera di Giorgio Flis, con l'intento di metterla a confronto con i
suoi risultati più recenti, si consegue il vantaggio di rintracciare
buona parte delle trame profonde della sua poetica. Ciò comporta
inevitabilmente una prassi analitica, che, trapassando i limiti,
talvolta strettamente occasionali, della critica d'arte, deve piuttosto
aprirsi alla dimensione della riflessione storico-artistica. A suo
tempo, all'inizio del 2001, (già all'interno di un tale percorso di
indagine), avevo ritenuto di cogliere nelle opere di Giorgio Flis il
frutto quotidiano di una tensione orientata da una volontà sistematica
di costruzione, per così dire linguistica', perché rigorosamente diretta
a ricomporre la complessità degli ingredienti di un linguaggio pittorico
puro e perciò sapientemente strutturata per percorsi 'grammaticali' e 'sintattici'.
Oggi trovo ancor più rassicurante che anche altre voci di critici, che
in questi anni si sono occupati del lavoro di Flis, concordino:
residue tracce di disegno trasfigurate dal 'gesto' (A. Allegretti),
gesto come soggetto, espressione pura di emozioni (S. Innocenti),
tensione a sollecitare verità nascoste della nostra coscienza (F.
Colonna). Ad ulteriore e diretta conferma di una simile ipotesi di
interpretazione del suo lavoro, Giorgio Flis pare quasi provvedere con
un consistente nucleo di opere, che paiono distinguersi tra quelle più
recenti. In sintesi e fatta salva, ovviamente, l'assoluta integrità
della sua poetica che per l'artista deriva necessariamente dagli esiti
conquistati in ciascuna nuova tela -penso sia opportuno (e, ripeto, dal
mio punto di vista indispensabile) riconsiderarne il valore d'insieme,
in quanto espressione di una sorta di 'valore aggiunto'. Oltre alla
indiscutibile valenza qualitativa del suo straordinario 'mestiere'
pittorico alla sua ricerca va riconosciuto il merito, ammirevole per
dedizione ed intelligenza, di dedicarsi con passione e sistematicità ad
indagare i nessi profondi che attraversano e tengono insieme i fili
segreti dell'arte contemporanea, a partire dalla stagione
dell'Informale.Che oggi ci appare sempre più come proprio a partire
dalla sua stagione più promettente fosse stato oggetto di una troppo
rapida - e perciò strumentale e pretestuosa azione di accantonamento.
In questa attitudine indiscriminatamente riflessiva di Giorgio Flis si
rintraccia una dote, oggi rara, perché fondata sul criterio della libera
rimeditazione, che non da a priori nulla per scontato. Da cui consegue,
mi pare, una liberatoria indicazione di metodo, in grado a sua volta di
creare rinnovati stimoli anche nell'ambito dei parametri fatti propri
dagli orientamenti 'concettualisti' dell'arte contemporanea. In quel
consistente nucleo di lavori recenti (2003-04), cui accennavo, si
evidenzia una intenzione di scarto meditativo-operativo, che ha valore
di supporto strategico, di arricchimento e radicalizzazione, rispetto
alle indagini fin qui svolte nel contesto del suo 'cantiere1, aperto da
tempo. In particolare, proprio in quei dipinti Giorgio Flis si produce
in un affondo decisivo nell'analisi poetica delle risorse affidabili al
segno e alla materia-pasta pittorica e nello stesso tempo opera
abilmente con un atto di 'scarto' riflessivo. Alla pluralità di forme
residue iterazioni di forme elementari, dotate di rinvii a codici 'essenziali',
vagamente memori di tracce astratto-geometriche o 'espressivo-naturalistiche'
- Giorgio Flis lascia spazio al dilagane dirompente del campo-tela
unico, in cui si dispongono registrazioni materiche di gesti ricorrenti,
quasi esclusivamente riconducibili ad un 'atto' unico e a
stratificazioni di pigmenti-filamenti monocordi, talvolta reiterati al
limite dell'ossessività. La diversificazione, la pluralità cromatica si
riducono e la monocromia prorompe, fino alle soglie del suo spegnersi
nella negazione sorda della sua identità. Alla rappresentazione dello
spazio nelle sue libere (astratte) articolazioni, subentra come valore
primario la figurazione della nozione di tempo, la pura meditazione
esistenziale. La sua limpida, inesorabile e, se necessario, spietata,
resa visiva. Giorgio Flis si è appropriato della "mossa del cavallo".
Paolo Nesta
Segni tracciati con vigore che si rincorrono sulla tela, sovrapposizioni
cromatiche che rendono appena percettibile il disegno sottostante, ormai
soltanto un'idea primaria che lascia il posto alla trasfigurazione
gestuale.Le opere di Giorgio Flis appaiono come creature scarnificate,
che pur private della loro bellezza oggettiva si fanno ora veicolo
di una nuova armonia, più profonda, perché non più soggetta ad alcun
rapporto con la realtà. E se la mimesis, ovvero l'imitazione della
natura, non è più il compito primario dell'arte, allora l'opera può
dirsi completa soltanto nel momento in cui esprime valori che
vanno ben al di là della pura descrizione.
A. Allegretti
Gestire il colore come una musica, trattare il gesto non come un mezzo
ma come un soggetto, liberare, insomma, tutta la forza di una creatività
esplosiva, eppure, tanto ben incanalata e gestita. Anni di esperienza ..
i lavori (di Giorgio Flis) sono espressione pura di emozioni, la figura
viene abbandonata, negata, concretamente allontanata da una ricerca
creativa che punta sulla capacità unica e complessa di produrre e
comunicare empaticamente sensazioni profonde.. è un artista puro .. (è)
impossibile incorrere in fraintendimenti con lui, esattamente come
accade quando si osservano con attenzione i suoi lavori..
Sergio Innocenti
L'informale di Flis interpreta.. i nostri tempi, veloci e caotici, poco
inclini all'introspezione e al particolare, in cui tutto è
consumato e digerito in fretta .. Le Pagine informali, a volerle
sfogliare con attenzione, mostrano una gestualità segnica sicura e
ardita, un uso del colore modulato tra il morbido e l'aggressivo, tese a
smuovere verità nascoste della nostra coscienza, che sulla tela trovano
la possibilità di proiettarsi e, quindi, rivelarsi.
Fabrizio Colonna
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Il video di Giorgio Flis intervistato da
Andrea Diprè
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Origini dell'arte informale
Leggi la recensione di
Roberto Girardi |