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Principali eventi artistici

 

 

 

Fabre François-Xavier (1766-1837)

FABRE E L'ITALIA
FORTUNA E GUSTO DI UN PITTORE NEOCLASSICO

11-03-2008 - 02-06-2008


Una grande retrospettiva dedicata a François-Xavier Fabre (1766-1837) realizzata dal Musée Fabre di Montpellier, in collaborazione con la GAM di Torino, offre l'occasione di presentare l'opera di un artista assai apprezzato dai contemporanei ed oggi valorizzato nell'ambito degli studi sul neoclassicismo.


La mostra, curata da Michel Hilaire e da Laure Pellicer (la maggior studiosa dell'opera di Fabre) propone un ampio percorso che ripercorre l'intera carriera dell'artista con una selezione di 94 tra i suoi più importanti dipinti e oltre 50 disegni.


Vincitore del Prix de Rome nel 1787, Fabre fu una delle maggiori speranze della nuova pittura di storia, consacrata dal successo del suo maestro Jacques-Louis David, dal quale apprese le novità del gusto neoclassico.

Poco noti sono i profondi legami che l'artista ebbe con la cultura e l'arte del nostro Paese: le circostanze storiche e i suoi affetti personali lo condussero a Firenze, dove fu accolto dalla contessa Luisa von Stolberg, contessa d'Albany e da Vittorio Alfieri, con i quali coltivò una profonda amicizia. Proprio in Toscana iniziò la sua lunga carriera e consolidò un duraturo successo.

Principalmente ritrattista, ma anche pittore di storia e paesaggista lavorò, dal 1793 agli inizi del 1820, per la buona società cosmopolita cha amava soggiornare in Toscana, ragione per cui le sue opere si dispersero per tutta Europa, in parte nuocendo al giusto riconoscimento del suo talento. In quegli anni avviò la sua attività di raffinato e colto collezionista di arte antica, oggi testimoniata dalla raccolta che egli legò alla città di Montpellier nel museo a lui dedicato.

Questa mostra tende a restituire all'artista la sua esatta dimensione, permettendo di capire il suo successo e di individuare meglio la sua originalità, grazie alla raccolta dei dipinti conservati in Italia (Firenze, Roma, Torino...), ma anche in Polonia, Lituania, Finlandia, Svizzera, Inghilterra, Scozia (National Gallery of Scotland), Irlanda e negli Stati Uniti (Getty Museum di Los Angeles), senza parlare di quelli che si trovano nei musei francesi (Louvre, Museo e Biblioteca Marmottan, Nantes, Poitiers, Montauban) attorno al ricco nucleo del museo di Montpellier.


Per permettere di approfondire la conoscenza dell'opera di Fabre e dei diversi contesti in cui l'artista ha operato, la GAM ha organizzato tre importanti conferenze affidate a prestigiosi studiosi del Neoclassismo italiano e francese:


Venerdì 4 aprile h. 18.00 CARLO SISI, Fabre in Toscana


Martedì 22 aprile h. 18.00 ANNA OTTANI CAVINA, Fabre e la nascita del ritratto moderno


Mercoledì 16 aprile h. 18.30 MICHEL HILAIRE, François-Xavier Fabre, un percorso singolare
all'interno della scuola davidiana

 

 

 

 

 

"I tesori nascosti dell’Impressionismo”La particolarità di questa mostra è palesata già dal titolo, “I tesori nascosti dell’Impressionismo”.


L’idea principale è stata infatti quella di ricercare nel corposo patrimonio pittorico impressionista per spingersi oltre quei quadri, notissimi in tutto il mondo, e puntare invece i riflettori su quelle opere che, pur rivestendo un valore artistico a volte paritario delle tele più celebri, per le ragioni più svariate, restano in secondo piano, come sopravanzate dalla fama mediatica e di mercato dei ben noti capolavori impressionisti.

Il fil rouge che unisce buona parte della mostra è l’abbinamento tra quadri di impressionisti francesi e italiani; evidenziando le reciproche influenze. Viene focalizzato anche come tutti gli artisti esposti - o meglio, gli artisti in genere - quasi che fossero parte di un fiume in pieno movimento, raramente si fossilizzino su un unico genere, ma tendano, con il tempo, la maturità e le influenze dell’epoca in cui vivono, ad attraversare trasversalmente i generi più disparati.

La volontà è quella di offrire un taglio molto diverso e insolito rispetto alle mostre consuete, una visione in parte provocatoria e “osata” ma, al tempo stesso, ben documentata e mossa dalla forte motivazione primaria, che è l’esposizione di opere dal grande valore artistico, per la quasi totalità sconosciute al grande pubblico.

La disponibilità di ottanta capolavori in totale tra olii, acquerelli, pastelli, disegni e acqueforti che recano firme celeberrime quali Corot, Monet, Degas, Cezanne e altre ancora, abbinate a opere così significative di “impressionisti” italiani, per la quasi totalità provenienti da collezioni private, ha fornito lo spunto per questa soluzione senza dubbio interessante.

Attraverso gli abbinamenti proposti tra le opere di Maestri francesi e italiani salta immediatamente agli occhi come, in modo circolare fra tutti i pittori o in particolare fra alcuni di essi, i Maestri presi in esame fossero in relazione diretta o indiretta tra loro, non solo da un punto di vista tecnico e artistico, ma anche nella vita. Il che offre uno spaccato dove esistenza, pensieri, stile e modi di pensare si intersecano vicendevolmente nelle varie esistenze, di fatto, in alcuni casi, cambiandone anche il corso.

Un punto di vista, quello della mostra, che svela così gli interessanti nessi che avvolgono questo genere pittorico, fin qui studiato quasi esclusivamente in modo accademico.

“I tesori nascosti dell’Impressionismo” svela le ragioni per cui alcuni capolavori italiani del periodo portino, nel tratto e nella tecnica pittorica, quei segni distintivi che appartengono indubitabilmente all’Impressionismo e come, dove, quando e perché questo assorbimento culturale è avvenuto da parte dei nostri più affermati pittori a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

“I tesori nascosti dell’Impressionismo” è ideata, organizzata e promossa da art is, associazione culturale che organizza eventi a livello nazionale nel settore dell’arte.

 

 

Urbino Palazzo Ducale - Sale del Castellare 14 marzo - 8 giugno 2008


orario:
tutti i giorni 10 - 19; su prenotazione 20 - 22


biglietti:
intero: €8; ridotto(studenti universitari, over 65):€5; gruppi (minimo 15 persone) e scuole: €5


biglietterie:
ingresso mostra; online su questo sito


Servizi per il pubblico:
Guardaroba gratuito
Bookshop
Infopoint presso:
Urbino Servizi
Borgo Mercatale Rampa
di Francesco di Giorgio Martini
Tel.0722.2631

Ufficio IAT
Via Puccinotti 35
Tel.0722.2613

 

 

 

 

Fattori Giovanni 1825 - 1908 "Il riposo" (il carro rosso) 1887, Milano, Pinacoteca di Brera, olio su tela, 88x170 cm.Fattori e il Naturalismo in Toscana

Firenze - Vasti paesaggi e natura incontaminata, lavoro dei campi e placidi buoi, boschi e colline, fiumi, molti cavalli, contadine, soldati e popolani, vita cittadina. La Toscana di fine Ottocento si accende straordinariamente di luce e di colori nella particolarissima mostra che a Villa Bardini inaugura l’anno di Firenze per Fattori, mettendo a confronto il più celebre dei Macchiaioli con i più illustri tra gli artisti che raccolsero l’eredità innovatrice della Macchia per declinarne temi e aspirazioni in versione naturalistico – borghese, in sintonia con le evoluzioni della cultura francese ed europea.

Per quanto possa apparire bizzarro considerata la viva attenzione per il periodo, Fattori e il Naturalismo in Toscana ( 19 marzo – 22 giugno, www.firenzeperfattori.it  ) propone accostamenti del tutto inediti. Mai il grande vecchio dell’arte italiana era stato messo deliberatamente a tu per tu con i vari Cannicci e Cecconi, Ferroni e Micheli, i fratelli Gioli e i cugini Tommasi, Sorbi e Panerai, ovvero quei più giovani pittori toscani di cui fu maestro (alcuni) e amicissimo (tutti). Artisti destinati nel primo Novecento a superarlo per fama anche oltre i confini nazionali, certo perché più adeguati alla moda impressionista, più aderenti alla nuova estetica di quanto lo fosse Fattori, schivo e fiero, mai affascinato da quelle sensibilità parigine, fedele fino alla morte (1908) a una pittura legata al solo imperativo del colore, a un realismo senza retoriche o abbellimenti, asciutto e sintetico e dunque oggi rivalutato per la sua evidente quanto sorprendente modernità.

Attraverso un percorso di 35 opere, per lo più di grandi dimensioni (alcune mai esposte) e in perfetta nuance con il parco di Villa Bardini, la mostra sottolinea quindi affinità, suggerisce influenze, illumina diversità anche profonde, e ristabilisce così i giusti rapporti tra un caposcuola, che non fece mai nulla per esser tale, e suoi valorosi compagni d’arte, ovvero tra i protagonisti di una stagione pittorica bella e fuggitiva, in cui l’idealismo risorgimentale finì per affliggersi nelle delusioni post-unitarie e l’idea di un progresso incombente si venò rapidamente di sottili nostalgie.

Come gli altri eventi di Firenze per Fattori (altre tre mostre e un convegno internazionale sul restauro tra autunno e inverno prossimi, secondo il programma ideato dallo storico dell’arte Carlo Sisi), Fattori e il Naturalismo in Toscana è promossa e prodotta dall’Ente Cassa di Risparmio con la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale fiorentino e il patrocinio del Comune. La curatela è di Francesca Dini, nota studiosa dell’Ottocento toscano, che ha curato anche il catalogo edito da Polistampa.

Undici sono i Fattori, sei i Francesco Gioli, tre i dipinti del fratello Luigi (pittore di cavalli all’epoca famoso in tutta Europa) e di Panerai, due ciascuno i Cannicci, Cecconi, Ferroni, altrettanti quelli di Angiolo e Adolfo Tommasi, uno i Micheli e i Sorbi. Opere messe a disposizione dalla collezione Ente Cassa di Risparmio (due gli acquisti recenti) e da numerosi collezionisti privati, oltre che dalla Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti e dal Museo civico Villa Mimbelli di Livorno, che collaborano alle celebrazioni del centenario della morte di Fattori insieme a Firenze Musei, Fondazione Parchi Monumentale Bardini e Peyron, Accademia di Belle Arti, Museo Nazionale Alinari della Fotografia, Biblioteca Marucelliana, Centro europeo per il restauro di Siena.

Per comodità di lettura la mostra è divisa in cinque sezioni (Pittura dei campi, Naturalismo ‘cortese’, La Maremma, La veduta urbana e Un grande pittore di tutta la natura riservata alle tele di Fattori), che individuano i temi comuni e più frequentati dagli undici artisti: rappresentano la Toscana delle piccole grandi cose, dell’umile vita di ogni giorno, delle terre vergini e bellissime, del lavoro anonimo, delle strade e delle piazze animate, degli idilli agresti, del selvaggio west maremmano. Attimi di esistenza colti nell’immediatezza del loro divenire, spesso amplificati nelle dimensioni a gloria imperitura, con forza visionaria impressionante e formidabili capacità tecniche. Scenografie di taglio cinematografico, fotogrammi spettacolari, memorie palpitanti di inconfondibile angolo di mondo.

Villa Bardini, Costa S. Giorgio 2, Firenze - Info: Sigma, tel. 055.243140, www.firenzeperfattori.it , Orario: 9 – 19, Ingresso € 6
Ufficio stampa: Catola & Partners, via degli Artisti 15B, 50132 Firenze, Tel. 055.5522867/892, riccardo.catola@catola.it
Organizzazione generale: Eventi Polistampa, Firenze, tel. 055.737871, info@polistampa.com  www.polistampa.com

Catola & Partners
Via degli Artisti 15 B
50132 Firenze
Tel. 055.5522867 - 892
riccardo.catola@catola.it  - www.catola.com
In collaborazione con Marketpress,
Scanner, Nove da Firenze

 

 

 

Renoir al Vittoriano, oltre 130 opere esposte dall'8 Marzo al 29 Giugno.Al Vittoriano le opere di Renoir

Circa 130 opere tra oli, opere su carta e sculture dall' 8 Marzo al 29 Giugno

Ripensare la definizione di "impressionista" attribuita a Renoir, analizzando, alla luce degli studi più recenti, gli anni ricchissimi della sua maturità stilistica. Questo l'intento di "Renoir, la maturità tra classico e moderno" la grande retrospettiva ospitata al Complesso del Vittoriano dall' 8 Marzo fino al 29 Giugno, che, attraverso circa 130 opere tra oli, opere su carta e sculture, provenienti da importanti musei pubblici e prestigiose collezioni private di tutto il mondo, documenta quaranta anni di attività del maestro francese, a partire dal celebre viaggio in Italia nell'autunno del 1881. La rassegna, curata da Kathleen Adler ed organizzata da "Comunicare Organizzando" di Alessandro Nicosia, nasce sotto l'alto patronato del presidente della Repubblica, con il patrocinio del senato della Repubblica, della camera dei Deputati, del ministero degli Affari Esteri, del ministero della Pubblica Istruzione e dell'ambasciata di Francia in Italia, ed è promossa dal ministero per i Beni e le Attività Culturali, dagli assessorati alle Politiche Culturali e alle Politiche per la Semplificazione, la Comunicazione e le Pari Opportunità del comune di Roma, unitamente alla presidenza e all'assessorato alla Cultura, Spettacolo e Sport della della regione Lazio. "Lo stretto coinvolgimento di Renoir - ha spiegato la curatrice Kathleen Adler - con il gruppo impressionista durò dalla fine del 1873 al 1877, un periodo brevissimo nell'arco di una carriera molto estesa. Se in quegli anni l'attenzione alla rappresentazione della vita moderna, tipica dell' "impressionismo, era per il maestro francese una priorità, nel periodo successivo i suoi interessi subirono un mutamento sostanziale". Mutamento che prese corpo nei mesi trascorsi, tra l'ottobre del 1881 e il gennaio 1882, in Italia. Attraversando la penisola da Venezia fino in Sicilia, Renoir, alla luce degli importanti esempi della tradizione classica e dell'arte italiana, ebbe modo di riflettere molto sulla propria poetica e di ridefinire il suo stile. Renoir aveva già iniziato ad avere la percezione che l'impressionismo fosse una strada ormai percorsa, ma il contatto con la straordinaria ricchezza della cultura e dell'arte italiana, ebbe su di lui una forte influenza. "Gli affreschi di Raffaello alla Farnesina e le pitture di Pompei ed Ercolano - secondo John House, membro del comitato scientifico e commissario internazionale della mostra - furono per Renoir una vera e propria rivelazione. La lezione che ebbe modo di apprendere in Italia, la conservò per tutta la sua vita". Oltre a presentare il viaggio italiano come un momento focale per il maestro francese, la mostra mette anche a fuoco la straordinaria varietà e diversità di tecniche e soggetti scelti dall'artista nella sua opera. Splendide opere che presentano nature morte, paesaggi, ma anche immagini di donne, fanciulle e madri, raffigurate nei gesti della quotidianità, figure di bambini ma anche rappresentazioni dell' "uomo naturale". Una grande retrospettiva che conferma l'intensa attività espositiva del Vittoriano negli ultimi anni. "Vogliamo che il Vittoriano - ha spiegato il ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Rutelli - sia visto non solo come un'importante istituzione permanente ma anche come un luogo che ospita grandi eventi espositivi. Nel prossimo autunno ci sarà una grande rassegna dedicata a Picasso e nel 2009 stiamo pensando ad un grande mostra su Giotto". Parlando della retrospettiva su Renoir, il ministro ha ricordato come essa presenti "l'opera di un grande maestro della pittura, che ha amato l'Italia, attraversandola da Venezia fino a Palermo. In quel periodo il nostro paese - ha concluso Rutelli - pur vivendo delle difficoltà, era un punto di riferimento importante per la cultura mondiale, non solo come metà per il 'Grand Tour'". La rassegna "Renoir. La maturità tra classico e moderno", si avvale di un comitato scientifico prestigioso, composto dai più importanti studiosi mondiali del maestro francese. Maestro francese che, secondo Louis Godart, consigliere per la Conservazione del Patrimonio Artistico della presidenza della Repubblica Italiana "è un po' la sintesi dell'amore tra l'Italia e la Francia". A conferma, poi, della stretta collaborazione tra regione Lazio e Complesso del Vittoriano, faranno da contorno all'evento espositivo, in un'ottica di facilitazione dell'accesso alla fruizione del patrimonio culturale, una serie di iniziative importanti. Proseguirà, infatti, l'esperienza già collaudata con la mostra dedicata a Gauguin che consentirà, ad una quota di insegnanti delle scuole superiori di tutte le province laziali, di visitare gratuitamente la mostra su Renoir. Inoltre, per tutta la giornata di domani, in occasione del centenario della internazionale dell'8 marzo, le donne che visiteranno la retrospettiva, pagheranno metà prezzo del biglietto. Anche attraverso questa iniziativa, l'assessorato alla Cultura, Spettacolo e Sport della regione Lazio, vuole ricordare una giornata importante per la tutela dei diritti e delle libertà di scelta di tutte le donne del mondo.

 

 

 

 

 

Francis Bacon 1903 - 1992Francis Bacon a Palazzo Reale

L'indiscusso maestro del 900 torna dopo quindici anni di assenza dall' Italia.

È forse la mostra più attesa della stagione, l’antologica di Francis Bacon che si che si é inaugurata il 5 Marzo a Palazzo Reale (fino al 29 giugno), una sorta di omaggio e di anticipo alla grande retrospettiva che la Tate di Londra organizzerà il prossimo anno per il centenario della nascita del grande artista irlandese. Promossa dal Comune di Milano e da Skira editore, l’esposizione, curata dal professor Rudy Chiappini, è per Milano una novità quasi assoluta: «Erano quindici anni che Bacon era assente dall’Italia, e nel capoluogo lombardo non era mai stato presentato in una sede museale, ma sempre e solo in gallerie private». Il professor Chiappini è lo studioso che, in qualità di direttore del Museo d’arte moderna di Lugano, curò nel 1993 la prima rassegna postuma dedicata al pittore.
In una delle prime sale è stato riprodotto fotograficamente, in modo assolutamente fedele all’originale, l’atelier di Bacon al numero 7 di Reece Mews, South Kensington, dove Bacon visse dal 1962 fino in pratica alla morte, avvenuta a Madrid nel 1992. Uno studio dove erano assemblati colori e tele, fotografie e oggetti, libri, carte, schizzi e appunti,una vera e propria officina creativa all’insegna della sregolatezza artistica, in assoluto contrasto con l’ordine della stanza accanto, un unicum che comprendeva camera da letto, cucina e bagno... Per quanto molto ricco e famoso a partire dagli anni Cinquanta, il pittore conservò infatti uno stile di vita quasi monacale. L’esposizione presenta le fasi salienti della ricerca pittorica di Bacon e lo fa attraverso quadri provenienti dai più importanti musei e collezioni private di tutto il mondo. Sono circa sessanta le opere pressoché inedite per il pubblico italiano per un totale di ottanta dipinti. Si parte dai primissimi lavori degli anni Trenta Trenta, rappresentazione del percorso di un giovane artista ancora alla ricerca di un linguaggio personale, ma già attratto dalla deformazione e dall’ambiguità delle figure riprodotte, e si arriva fino agli ultimi grandi trittici, lì dove il tormento esistenziale si stempera in una sofferta serenità. Nato a Dublino, ma da genitori inglesi, un padre ex ufficiale nella guerra anglo-boera e poi allevatore di cavalli da corsa, con una moglie molto più giovane e di famiglia facoltosa, l’infanzia di Bacon fu minata dalla «diversità». L’asma di cui soffrì fin da bambino fu vista dal padre come la prova di una inadeguatezza fisica e l’inclinazione omosessuale, in una Inghilterra vittoriana che considerava la «pederastia» alla stregua di un delitto, la conferma di un carattere debole e vizioso. Il ragazzo fu scacciato di casa. Bacon cominciò ad affermarsi sulla scena internazionale soltanto dopo la Seconda guerra mondiale, allorché i suoi Studi di figura e le serie di Teste richiamarono l’attenzione della critica più avvertita. Cominciò allora quel susseguirsi di figure incorporee e spettrali e poi massicciamente deformi, anonime e oscure grazie alle quali si configurava una sorta di discesa negli inferi dell’animo umano, le sue debolezze, le sue miserie. I quadri dell’ultimo periodo vedranno il carattere furioso e visionario dei decenni precedenti temperarsi, farsi meno passionale e appassionato, più realistico e lucido. Oggi Francis Bacon è considerato l’ultimo dei grandi maestri del Novecento.

Francis Bacon
Palazzo Reale
5 Marzo - 29 Giugno 2008
Info:02/80509362

 

 

Mirò e la terra

Mirò e la terra
80 opere in mostra a Palazzo Diamanti, Ferrara.

Palazzo dei Diamanti a Ferrara ospita il genio di Joan Mirò, che torna in Italia dopo 25 anni con una grande mostra antologica. Fino al 25 Maggio sono esposte circa 80 opere tra dipinti, disegni, collage, sculture, molte delle quali considerate i capolavori dell'artista catalano e mai esposte prima di ora nel nostro Paese. La rassegna, organizzata da Ferrara Arte in collaborazione con il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, “Mirò: la terra” ripropone la straordinaria parabola creativa del pittore mettendo a fuoco il profondo legame con la nativa Catalogna.

Il tema della terra viene indagato nelle accezioni e nelle simbologie più ampie, grazie a opere ispirate al mondo rurale e al culto delle origini, alla sessualità e della fertilità, alle suggestioni legate alla metamorfosi, all'aldilà e all'eterno susseguirsi di vita e morte. Sul piano formale, l'interesse di Mirò nei confronti della terra si manifesta in un'esaltazione della materia e dei materiali che compongono l'opera d'arte, scelta che lo porta a raggiungere soluzioni inedite ed eccezionali, che diventeranno premessa fondamentale di importanti correnti del '900, tra cui l'Informale americano ed europeo. Per offrire questa suggestiva chiave di lettura, il curatore dell’evento Tomas Llorens ha selezionato un'ottantina di opere particolarmente significative, provenienti dalla maggiori collezioni internazionali.

Il percorso dell'antologica si apre con le tele ispirate all'ambiente rurale della località catalana di Mont-roig, tra cui “La contadina” (1922-1923), dipinto Emblematico e dominato dalla ieratica e imponente figura femminile, signora del ciclo della vita e del rito quotidiano del lavoro rurale. La seconda sezione racconta invece il contatto maturato a Parigi con l'avanguardia e la nascita di un nuovo tipo di paesaggio, rarefatto e metaforico, nel quale la terra catalana è evocata da lievissimi segni su fondi monocromi per richiamare la sostanza instabile e trasparente dei sogni.

Questo processo di progressiva astrazione del dato naturale inizia con “Terra arata” del Guggenheim Museum, e si accentua in seguito nel “Paesaggio catalano (Il cacciatore)” del Museum of Modern Art, due opere capitali del 1923-24, che la mostra ferrarese offre la rara opportunità di vedere affiancate. E giunge a piena maturazione nella serie del contadino catalano, presente in due versioni: quella bellissima del Museo Thyssen-Bornemisza dalle tonalità notturne, e l'altra, altrettanto splendida, della National Gallery di Washington, solare e diurna, disegnata su un fondo giallo chiaro che satura ogni centimetro della composizione. Il culmine e il superamento di questa fase, segnata dall'adesione al surrealismo, è rappresentato da dipinti dell'estate del '27: il “Paesaggio (La lepre)” del Guggenheim e “Paesaggio con coniglio e fiore”, in cui Mirò rievoca una Catalogna primordiale.

Dal 1928, raggiunto il successo, l'artista conduce una profonda riflessione, che sbocca nei collage e negli assemblaggi dei primi anni '30, come l'”Oggetto” del Moma, prima incursione dell'artista del campo della scultura. Nel nuovo interesse verso i materiali, l'artista inizia a usare caseina, pece, sabbia e ghiaia raggiungendo un grado di espressività che precorre l'Informale. Nel 1940, Mirò torna in Spagna e lì trova l'ispirazione per un'ulteriore evoluzione. Tra le opere di questo periodo “Composizione con corde” e “Donna”, composta da un osso, una macina in pietra e un filo d'acciaio.

L'ultima sezione della mostra è dedicata ai lavori realizzati dal '56 nell'atelier di Palma di Maiorca, in cui ricorre la scelta di temi legati alla femminilità e alla sessualità nel loro carattere primordiale e tellurico. La mostra si chiude con un capolavoro della tarda maturità, esposto in rarissime occasioni, “Figure e uccelli nella notte” ('74), un immenso murale su tela che evoca la palpitazione oscura della notte e la potenza misteriosa dei principi vitali della natura.

Mirò: la terra
Fino al 25 Maggio
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
Orario: dalla Domenica al Giovedì dalle 9.00 alle 20.00, Venerdì e Sabato 9.00 alle 22.00.
Aperto anche 23 e 24 Marzo, 25 Aprile e 1 Maggio
Ingresso: intero € 10.00, ridotto € 8.00,
Catalogo edito da Ferrara Arte Editore, a cura di Tomàs Llorens, con testi di Tomàs Llorens e Marta Ruiz del Arbol

 

 

 

Guido Cagnacci (Santarcangelo di Romagna, 1601 – Vienna, 1663)

Guido Cagnacci.

Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni


Orario di visita: da martedì a venerdì 9.30 - 19.00, sabato, domenica, giorni festivi, 24 marzo e 2 giugno 9.30 - 20.00. La biglietteria chiude un'ora prima. Lunedì chiuso.
Per informazioni Mostra: Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì tel. 0543 1912030-2031-2032
Per prenotazioni: tel 199.199.111
Riservato a gruppi e scuole (incluso visite e laboratori didattici). tel. 02 43353522 - mail: servizi@civita.it
Biglietti: Intero € 9, Ridotto € 6, Speciale € 4 per scolaresche (scuole primarie e secondarie) e disabili. Gratuito per bambini fino a 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, accompagnatore disabile, due accompagnatori per scolaresca, giornalisti con tesserino, guide turistiche con tesserino. Visite guidate: Gruppi € 80, Scuole € 50, Visite in lingua € 110.

 

 

La rivincita del Pintoricchio

A Perugia fino al 29/06/2008


La prima grande monografica dedicata a Bernardino di Betto. A Perugia, Galleria dell'Umbria, tavole da tutto il mondo. A Spello la "cappella Bella" come non è mai stata vista, visitabile dall'interno. Ritrovati i disegni preparatori per gli affreschi della Sistina

di GOFFREDO SILVESTRI


Bernardino di Betto detto Pintoricchio. Pala di Santa Maria dei Fossi (1496- 1498). Perugia. Galleria nazionale dell'Umbria
PERUGIA/SPELLO - Pintoricchio, il maestro umbro "offuscato" dal Perugino e con Raffaello sullo sfondo, ingiustamente vituperato dal Vasari, chiede giustizia con la mostra che fino al 29 giugno a Perugia e a Spello celebra i 550 anni della nascita e in cui vuole dimostrare di non essere solo un pittore di "Madonne e Bambini". Mostra difficile perché "l'ottanta per cento della produzione del Pintoricchio è pittura murale", una pittura trionfante dove anche i sassi sono ciotoli d'oro, a Roma e in Vaticano al servizio di cinque papi, a Siena e a Spello. E allora la mostra che riunisce i dipinti mobili del Pintoricchio è a Perugia, Galleria dell'Umbria, e il Pintoricchio "artista murale" è a Spello, una ventina di chilometri, nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

LE IMMAGINI

Anzi è a Spello che la celebrazione ha una delle vette perché il pubblico può vedere la "cappella Bella", il nome che subito nel 1501 fu dato dal popolo alla "cappella Baglioni", come non l'ha mai vista. Non più a distanza, dalla navata, dietro ai vetri, ma dentro la cappella , a poche decine di centimetri dalle tre grandi lunette affrescate, con una nuova illuminazione. Questo grazie al pavimento trasparente, sollevato di una ventina di centimetri sul pavimento di maiolica (non originale, ma antico), che occupa la zona centrale. Da lì si può penetrare i particolari, quello che il Pintoricchio ha dipinto al fondo dell'"Annunciazione", lo scontro di minuscoli armati fra le mura della cittadella, o nella "Natività" i pastori orbi e sdentati che precedono il corteo dei Magi, o nella "Disputa" il San Giuseppe che Maria strattona mentre assistono esterrefatti a Gesù che tiene testa ai dottori, e la straordinaria galleria di ritratti. Una sorpresa che si paga con il "numero chiuso" dei visitatori ammessi contemporaneamente, 25 per 15 minuti, per mantenere accettabili temperature e umidità.

Altro punto di forza della mostra (e maggiore novità) sono i disegni che per la prima volta documentano quello che si era affermato e cioè la collaborazione di Pintoricchio col Perugino negli affreschi della Sistina. La mostra si espande poi in Umbria con gli itinerari di Pintoricchio.

La mostra chiede giustizia a cominciare dal nome del pittore, quel "Pinturicchio" che se non è una invenzione del Vasari fu la sua codificazione con il titolo della acida biografia nell'edizione 1568 de "Le Vite". Ma è Bernardino di Betto, il nome completo, che nel 1501 si firma sotto l'autoritratto nella "cappella Bella": "Bernardinus Pictoricius Perusinus". "Pintoricchio", "piccolo pittore" adatto a lui che era piccolo, di poco aspetto e sordicchio. Ma il Vasari ignorò il capolavoro di Spello e il capolavoro delle pale del Pintoricchio, quella di Santa Maria dei Fossi (in mostra). Le notizie su Bernardino gliele diede Dono Doni, un pittore locale che non poteva ignorare la produzione locale.

Dalla biografia traspare un malanimo che non può essere capito neppure come i giudizi del pittore di una scuola contro un'altra scuola. "Sì come sono molti aiutati dalla fortuna senza essere di molta virtù dotati" - così comincia - "il che si vide nel Pinturicchio da Perugia", che ebbe "molto maggior nome che le sue opere non meritarono". Gli riconosce solo "molta pratica" "né lavori grandi". "Soddisfece assai a molti principi e signori, perché dava presto l'opere finite sì come desiderano". Vasari non salva Bernardino neppure nella morte, che attribuisce al "dispiacere" per la fortuna dei frati di San Francesco di Siena di aver trovato 500 ducati d'oro in un "cassonaccio" lasciato nella stanza del pittore e che lui aveva fatto togliere. Eppure Vasari non aveva bisogno di inventare: Bernardino morì l'11 dicembre 1513 (a 53-57 anni) nella campagna di Siena dove si era ritirato, ricco, malato e abbandonato dalla moglie.

Questa, che è la prima mostra dedicata al Pintoricchio, riunisce più di cento opere, tavole in grande maggioranza di cui 23 di Bernardino, cioè gran parte delle sue opere mobili da mezzo mondo, alcune presentate in Italia per la prima volta. Vittoria Garibaldi che ha curato la mostra (con Francesco Federico Mancini dell'Università di Perugia), osserva che questo gruppo di dipinti, mai messo a confronto, approfondisce la fase matura di Bernardino caratterizzata "da sofisticate squisitezze formali e da brillanti intonazioni cromatiche" per arrivare al capolavoro dei Fossi.

Rispetto alle soluzioni narrative del Perugino - osserva Francesco Buranelli, presidente del comitato per i 550 anni - Pintoricchio fu tra i primi "a estendere, con il paesaggio, la percezione illusionistica dello spazio". Se nella fattura, nei materiali, nell'onnipresenza di una 'pioggia' d'oro nelle lumeggiature, Pintoricchio può rimandare al tardo-gotico del Trecento e primo Quattrocento umbro, Buranelli si augura che la mostra "convinca tutti della grande modernità dell'artista". Per l'interesse al "vero", al dettaglio naturalistico, alla descrizione meticolosa della natura, alla ritrattistica, per la passione per l'antico.

La pittura di Bernardino è "luminosa e raffinata", attenta "ai particolari più decorativi e minuziosi come le lumeggiature dorate sulle fronde degli alberi" che fanno pensare a una formazione da miniatore. In una straordinaria pagina miniata troviamo la "fuga" dei pilastri simmetrici, scolpiti con candelabre, che può aver ispirato Bernardino per l'"Annunciazione" a Spello. Ma con un colpo di genio, lo spostamento leggero dell'asse dei pilastri. Ne deriva uno sfondo molto più dinamico, una proiezione in un altro ambiente molto più animato.

Per la prima volta le celebri otto tavolette dei miracoli di San Bernardino da Siena sono presentate come dovevano essere in verticale negli sguanci di una nicchia e non una accanto all'altra come sono esposte nella Galleria dell'Umbria. La nicchia doveva essere un altare con al centro un gonfalone con l'immagine o piuttosto una statua lignea del santo. In mostra la nicchia è chiusa in alto dal pannello con il simbolo di San Bernardino uscito dai depositi della Galleria.
L'attribuzione per ora è "Bottega del 1473" che è poi quella di Bartolomeo Caporali. A Pierantonio di Nicolò del Pocciolo sono attribuite "le due storie più deboli" e a Sante d'Apollonio altre due che completano il lato destro. Pintoricchio è accolto per le due scene superiori e sempre a Pintoricchio "sono ora riconosciute le due storie in basso tradizionalmente ascritte a Perugino". Ma bisogna anche pensare ad artisti che intervengano in progressione l'uno sul pannello dell'altro.

Fra gli artisti che hanno camminato con Pintoricchio c'è Piermatteo d'Amelia, "interprete di un linguaggio raffinato che esalta la lezione 'verrocchiesca', stemperata alla luce delle preziosità" di Pintoricchio". E in mostra c'è la pala dei Francescani, da Terni, capolavoro di fondi oro, della veste di lacca di Maria che spunta sotto a un mantello blu dalla fodera verde. Ma i visitatori sono attirati da un oggettino da nulla. Isolato sul bordo della base bianca di marmo del trono di Maria e Gesù, è un moccoletto di candela, spento, fissato con un chiodino. Ha una tale forza di attrazione che per evitare guai l'allestimento permette di avvicinarsi a pochi centimetri.

La mostra ha un "cuore", una piccola sala in cui per la prima volta (e con qualche tremore sull'impatto) sono state riunite nove tavolette di "Madonna con Bambino" della maturità dell'artista. Le accompagnano la pala della "Madonna della Pace" e un ritrattino di giovinetto che potrebbe essere uno dei primi ritratti di Bernardino. Le nove Madonne hanno un impatto felicissimo e nella finezza e ricchezza generali fanno scoprire i particolari diversi nelle espressioni, azioni, posizioni, abiti, veli e gioielli, libri, fiori e animali, e soprattutto dettagli di ogni tipo negli sfondi, la vera sorpresa. Un confronto anche per risolvere dubbi (come per la "Madonna Salting", fra Bernardino e Caporali). Sono arrivate da Honolulu (con un sacco di noccioline), Varsavia, Berlino, Philadelphia, Raleigh, Houston (la raffinatissima "Madonna del Latte" con l'arco antico e il martirio di Sebastiano).

Si scoprono certi accorgimenti per far fronte a una produzione richiestissima, di devozione privata. Così il Bambino che stringe un cardellino, da Honolulu, e che ha una stretta somiglianza con il Bambino di Cleveland, era stato disegnato nudo. All'origine i due Bambini erano identici e venivano adattati secondo richieste. Il volto di un mesto Bambino che in piedi legge un libretto (da Raleigh) è molto simile al volto del Bambino da Philadelphia in piedi su di uno sgabello, che impara a leggere sotto l'attenzione di Maria. Il Pintoricchio è il pittore che ha più rappresentato il Bambino con un libro in mano.

La tavolettina (36 per 26) dal Brooklyn Museum, e il committente ripreso dal vero nella pala di San Severino Marche, fanno capire quale formidabile ritrattista avrebbe potuto essere Bernardino ed è stato negli affreschi. Il committente della pala (1490 circa) è don Libero Bartelli, ricco e importante canonico di San Severino, ritratto di profilo, veste rossa e mani giunte, ma dal piglio deciso, senza condiscendenze. La venuzza sulla tempia, le rughe, la fossetta a lato della bocca dicono di una "presa diretta". Siamo di fronte a una "suprema perizia tecnica".

Prima di scendere dalle sale superiori alla Sala Podiani fermatevi sulla "terrazza" che affaccia sulla monumentale pala di Santa Maria dei Fossi (altezza oltre i cinque metri e base di 3,14) dipinta dal febbraio 1495 al 1496 e alla quale è riservata un'intera parete di blu intenso. La Madonna col Bambino diventerà un prototipo per una serie senza fine di dipinti devozionali (di Bernardino o no). Dalla "terrazza" si è all'altezza del Cristo in Pietà che emerge dal sepolcro, sorretto da due angeli: un corpo cinereo e atletico nelle pieghe della pelle, pettorali, muscoli addominali appena accennati.

Il grande fregio in latino ricorda "Guarda o mortale da quale sangue sei stato redento". Nella scena centrale la Madonna con Gesù è su un trono dalla maestosità ed elaborazione antiche, proiettato su di uno sfondo infinito (ma con casette a un piano curate con minuzia). San Giovannino sta consegnando a un mesto Gesù una sontuosa Croce su cui è avvolta la scritta "Ecce agnus Dei". Il tema cristologico è ribadito dalla melograna in mano a Gesù (e Maria a significare il dramma della Croce che trapasserà anche il suo cuore di madre), dai frutti sparsi ai piedi del trono. Nella predella sotto lo scomparto centrale doveva esserci Alessandro VI, con cardinali, frati, dignitari. Quel papa Borgia oltremodo chiacchierato. Fatto sta - osserva Mancini - che alla morte del papa nell'agosto 1503 e alla vasta "damnatio memoriae" che ne seguì, la scena scomparve, sostituita dal "Battesimo di Cristo" e la predella fu riorganizzata e forse fatta dipingere da Eusebio da San Giorgio.

La pala pur lodatissima dai contemporanei nel 1784 era già smembrata e il "Battesimo" disperso. Nel 1863 però la pala era ricomposta negli altri pannelli diventando una delle opere di riferimento dell'appena inaugurata Galleria dell'Umbria. Al posto del "Battesimo" era collocata una iscrizione che ricordava la ri-composizione della pala ed anche l'"incuria" che aveva rovinato la "ligneam molem". Solo nel 2006 l'iscrizione è stata messa al suo posto.

Di fronte alla pala il confronto con un angelo del giovane Raffaello e il Cristo in Pietà del Perugino. Il "Busto di un Angelo" viene considerato "una delle opere più pintoricchiesche di Raffaello", ispirato dagli angeli di Pintoricchio alla "cappella Bella". L'"Angelo" è un frammento della perduta "Incoronazione di San Nicola da Tolentino" commissionata per una cappella a Città di Castello al diciassettenne Raffaello e al più anziano Evangelista di Pian di Meleto. La cappella fu travolta con la chiesa da un terremoto nel 1789 e la pala fu segata nei quattro pezzi che potevano essere venduti: uno è l'"Angelo" finito a Brescia, pinacoteca Tosio Martinengo (le ali furono dipinte in toni di verde molto diversi). Anche il Cristo in Pietà del Perugino è una cimasa, della celebre pala dei Decemviri per la cappella dei Priori, firmata e datata 1495. Rimossa la pala intorno al 1560, la cimasa è rimasta a Perugia e la scena centrale è finita alla Pinacoteca Vaticana dopo essere stata portata a Parigi con le razzie napoleoniche. Cristo è solo ed emerge ad occhi chiusi dal sepolcro offrendo le piaghe. Nulla di scolpito, il torace appena accennato, un corpo sfatto, di ocra intenso.

Anche in mostra c'è un frammento della formidabile pittura su muro di Pintoricchio: un Bambino, un pezzo della scandalosa scena affrescata nell'appartamento Borgia in Vaticano, con una Madonna dalle fattezze di Giulia Farnese, l'amante di Alessandro VI.

Grande pregio della mostra sono i disegni che Claudia La Malfa ha trovato e che superano la mancanza di documenti e fonti sul Pintoricchio alla Sistina. "I disegni provano che Pintoricchio fu coinvolto in modo attivo, fornendo, come Perugino, i disegni preparatori". I più importanti sono "Giovane uomo nudo che incede" (Biblioteca Reale di Torino) che esce dalla cerchia del Perugino e per la tecnica è attribuito al Pintoricchio. Il disegno corrisponde allo stesso gruppo nel "Battesimo di Gesù", uno dei due riquadri assegnati al Perugino. Un doppio disegno di Bernardino (uscito per la prima volta dal Courtauld Institute di Londra): un angelo in volo (recto) e un uomo in piedi di spalle (verso). L'angelo corrisponde a quello sulla destra della mandorla dell'"Assunzione della Vergine", la pala del Perugino cancellata dalla parete finale della Sistina. L'uomo a quello all'estrema sinistra del "Battesimo di Cristo".

Notizie utili - "Pintoricchio". Dal 2 febbraio al 29 giugno. Perugia: Galleria nazionale dell'Umbria, corso Vannucci. Spello (Perugia): Chiesa di Santa Maria Maggiore, cappella Baglioni e Pinacoteca civica. Promossa dal Comitato nazionale per il 550° anniversario della nascita del Pintoricchio. A cura di Vittoria Garibaldi e Francesco Federico Mancini. Comitato scientifico internazionale. Catalogo Silvana Editoriale. Guida "Pintoricchio. Itinerari in Umbria" di Paola Mercurelli Salari (Silvana Editoriale).

Orari Perugia: tutti i giorni; fino al 30 marzo 9,30-19; 31 marzo-29 giugno 9,30- 20. La biglietteria chiude un'ora prima.

Biglietti Perugia: intero 10 euro; ridotto 8 (gruppi minimo 15 persone); ridotto scuole 4; integrato mostra-Galleria 12; cumulativo mostra a Perugia-Cappella Baglioni e Pinacoteca a
Spello 12. Visite guidate scuole (massimo 25 persone, durata un'ora) 60 euro. Audioguide 5 euro. Radioguida (microfono per la guida e apparecchi riceventi per visitatori) obbligatoria per i gruppi, con o senza guida propria 30 euro. Prenotazione 1,50 euro (0,50 studente).

Orari Spello: chiesa di Santa Maria Maggiore, cappella Baglioni (accesso programmato nel rispetto delle funzioni religiose; massimo 25 persone ogni 15 minuti). Fino al 30 marzo, dal lunedì al sabato 9,30-19; domeniche e 24 marzo 12,30-19. Dal 31 marzo al 29 giugno dal lunedì al sabato 9,30-20; domeniche 12,30-20. Chiuso il 25 maggio (Corpus Domini). Pinacoteca civica tutti i giorni 10,30-18,30. La biglietteria chiude 30 minuti prima.

Biglietti Spello: intero 5 euro; ridotto 4 (gruppi minimo 15 persone); ridotto scuole 2; cumulativo mostra a Perugia-Cappella Baglioni e Pinacoteca a Spello 12. Audioguide 4 euro. Prenotazione 1,50 euro (0,50 studente).

Informazioni-prenotazioni 199 199 111 servizi

 

 

Lucio Fontana ScultoreLucio Fontana Scultore
A Perugia fino al 29/06/2008


a cura di Filippo Trevisani

La Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea di Roma ospita, dal 17 febbraio 2008 all'11 maggio 2008, una mostra dedicata alle sculture di Lucio Fontana. Il progetto, che prende spunto dall'esposizione tenutasi nel Palazzo Ducale di Mantova tra settembre e gennaio 2007, intende rinnovarne il successo e l'interesse. La rassegna, curata da Filippo Trevisani soprintendente per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per le Province di Brescia, Cremona e Mantova, con la collaborazione di Matilde Amaturo della Soprintendenza alla Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea di Roma, si avvale di un comitato scientifico composto da Enrico Crispolti, critico e storico dell'arte contemporanea, e dalla Fondazione Lucio Fontana

Per introdurre il pubblico nello spirito della mostra, il percorso espositivo procede a ritroso. Nella prima sala il visitatore s'imbatte subito nel Fontana più noto, quello degli anni '50 e '60, anche se l'accento e' posto sulle opere tridimensionali o in bilico fra il dipinto e il rilievo. Nell'allestimento progettato da Federico Lardera, in questa prima sezione si e' scelto di ricostruire, non letteralmente ma come suggestione, la scenografica presentazione che, nella retrospettiva del 1972 nel Palazzo Reale di Milano, Luciano Baldessari aveva realizzato per le inquietanti sfere dei concetti spaziali-nature.

Dopo l'esperienza immersiva dell'Ambiente spaziale a luce nera del 1949, il visitatore attraversa la sezione dei disegni, che tocca tutto l'arco dell'attività dell'artista e nella quale si segnalano gli snodi che legano il ventennio di esordio agli sviluppi successivi. Si retrocede quindi agli inizi della carriera di Fontana: dalle statue dei primi anni -30, ai lavori astratti del 1934, alle ceramiche e alle sorprendenti sculture rivestite di tessere musive degli anni '40, opere tutte nelle quali il linguaggio della tradizione e' già declinato in forme atipiche.

Prima di raggiungere la sala monografica di Fontana, che resta allestita nelle sale del museo, il pubblico incontra infine gli artisti che con lui sono stati in più diretto rapporto, entrando in dialettica con la sua arte o subendone l'influsso: Burri, Melotti, Manzoni, Castellani, Bonalumi, Gianni Colombo, Klein, Rotella, rappresentati da opere delle collezioni della Galleria e della Fondazione Fontana.

Organizzazione Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per le Province di Brescia, Cremona e Mantova; Soprintendenza alla Galleria nazionale d'arte moderna

Ufficio Stampa Electa
Gabriella Gatto: tel. 06 42029206
press.electamusei@mondadori.it
Ilaria Maggi: tel. +39 02 21563250,
imaggi@mondadori.it

Galleria nazionale d'arte moderna
Carla Michelli con Chiara Giordano e Francesca Mardarella
tel. 06/322 98 328
e-mail: cmichelli@arti.beniculturali.it

Anteprima stampa 16 febbraio 2008 ore 12
Inaugurazione 16 febbraio 2008 ore 18

Galleria nazionale d'arte moderna
viale delle Belle Arti, 131 - Roma
Orari di apertura: da martedi' a domenica 8.30 - 19.30. Lunedi' chiuso
Biglietti Integrato mostra-museo: euro 9 - ridotto: euro 7
 

 

 

Canaletto e Bellotto

L'arte della veduta

Nonno e nipote, Canaletto e Bernardo Bellotto, per la prima volta a confronto nella mostra "L'arte della veduta", a cura di Bożena Anna Kowalczyk, tra i massimi esperti del vedutismo veneziano, dal 14 marzo al 15 giugno a Palazzo Bricherasio di Torino. Grazie a prestiti provenienti da tutto il mondo, l'esposizione si preannuncia come "un progetto straordinario", secondo le parole di Alberto Alessio, presidente fondazione Palazzo Bricherasio, grazie al quale il pubblico potrà ammirare i maggiori capolavori dei due piu' importanti vedutisti veneziani".

La rassegna e' dedicata al rapporto artistico tra i due maestri, uno dei problemi più affascinanti della storia dell'arte del Settecento, permettendo un immediato confronto fra stili, tecniche e composizione. Nella sezione introduttiva, i dipinti di Canaletto fondamentali nella formazione dell'allievo e nipote Bellotto, tra cui le due vedute di Venezia dalle collezioni reali inglesi, e un gruppo di vedute veneziane eseguite dall'allievo nelle prime fasi della sua carriera. La maggior parte di questi dipinti e' stata tradizionalmente attribuita a Canaletto, solo di recente sono stati riconosciuti come opera di Bellotto.

La serie di vedute romane, opera del maestro e dell'allievo, costituisce una sezione importante della mostra, poiché fa risalire l'inizio dell'indipendenza di Bellotto al suo viaggio a Roma nel 1742; le vedute di Firenze e Lucca mostrano invece il raggiungimento di uno stile e tecnica propri. Le origini comuni della pittura vedutista di Canaletto e Bellotto saranno illustrate dalle diverse interpretazioni degli stessi temi, dalle composizioni panoramiche, i paesaggi, le figure e i capricci, ai quali sarà dedicata una sezione. Il percorso espositivo si concluderà nella con le vedute ottiche, i mondi nuovi e le camere oscure dalle collezioni del Museo Nazionale del Cinema di Torino.

Canaletto e Bellotto

L'arte della veduta

Palazzo Bricherasio, Torino

dal 14 Marzo al 15 Giugno

http://www.palazzobricherasio.it/

 

 

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