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Vittore Carpaccio  ca.1465 - 1525-26

A cura della Dott.ssa Emanuela Bellemo

 

VITTORE CARPACCIO (1455-1526) "Madonna in trono con Bambino e santi" Padova, Museo Antoniano.

 

L A   P A L A   D I   S. F R A N C E S C O   D I   P I R A N O

Nel 1518, Carpaccio dopo aver consegnato la pala per la concattedrale di Capodistria, ormai anziano e rattristato dal sorgere di un’arte nuova così diversa dalla sua, entrò in trattativa coi Francescani di Pirano per una pala da aporre nella loro chiesa.
La prima testimonianza ce la danno ancora una volta Ludwig e Molmenti che descrivono la pala in questa maniera:” l’altro quadro con l’indicazione sottoposta: VIVTOR CARP. VENET MDXVIII è nella chiesa di S. Francesco di Pirano, sopra un altare formato da due colonne con un gran’arco, su cui sono intagliati graziosi rabeschi. La Vergine col bambino è seduta in trono, e le fanno corteggio i Santi Francesco, Pietro, Antonio, Luigi di Francia e Chiara. Dappiedi del trono due angeli suonano uno la mandola e l’altro il violino, e nel fondo, a destra e a manca del trono, si distende la prospettiva di Pirano con la chiesetta di San Niccolò, il Palazzo del Consiglio, la torre del Comune e le mura coronate di merli ghibellini”.
Un contributo fondamentale per questa pala è lo studio fatto dal Fiocco nel 1932. Secondo lo studioso “ i fondamentali ricordi antonelleschi vi riaffiorarono stupendamente, nella geometria della costruzione del gruppo, sotto un ampia arcatura chiesastica, aperta completamente sullo sfondo, per lasciar vedere il più bel panorama del porto, quale si coglie venendo dal mare alla graziosa cittadina istriana, tutta appollaiata sul suo piccolo promontorio. Al trono, ove siede la Vergine in alto, col Bimbo in seno, si arriva per una serie di larghi gradini, su cui scalano le monumentali figure dei santi che la venerano, mentre sull’ultimo in basso due angeli sonanti, posti per riempire il troppo vuoto, formano quasi la base a una seconda piramide, che esalta quella principale delle sacre figure e vi è come inserita. Culmina in un vaso da cui sporgono i più serici fiori d’iris, disposti anch’essi con armonica raggiante simmetria”.

Un’ importante notizia per quello che riguarda la collocazione della pala ce la dà il Caprin il quale ci dice che fino al 1787 la pala stava sull’altar maggiore inclusa in un’edicola di marmo, tutta intagliata di superbe sculture del Cinquecento. Nel 1787 viene abbattuta la tribuna, e il quadro viene traslocato nella cappelletta laterale a sinistra, più prossima alla porta del tempio, e gli stupendi pilastri, assieme con gli archetti, vennero sepolti sotto ai grossolani racconciamenti fatti dai lavoranti di muro.
Per quello che riguarda l’iconografia l’autore ci dà delle notizie molto interessanti; ad esempio ci dice che il bambino tiene nella mano due ciliege; ci dà delle indicazioni topografiche molto precise circa i quartieri rappresentati nella pala: che sono da una parte il quartiere di Marzana, il quartiere di Punta con la chiesetta di S. Giorgio. Il Caprin decifra le lettere D. B. incise in uno dei piedistalli della tribuna di S. Francesco di Pirano. Quelle iniziali si riferiscono probabilmente ai Del Bello, ricca e nobile famiglia piranese di antica origine padovana ( vedi lapide di Nicolò Del Bello del 1430 nel chiostro del convento stesso), che avranno contribuito all’ erezione di quell’altare.

Altro riferimento molto importante per la nostra pala è quello del Semi che addirittura considera questo quadro come “ un modello di applicazione che troverà largo spazio non solo tra i Veneti, ma anche nell’Emilia e nella Lombardia, per poi generalizzarsi”. Sempre secondo il Semi “ la musica induce a soave meditazione la Vergine, che il Bambino riguarda con dolcezza infantile e con sublime verità: i personaggi del contorno si dispongono all’estasi della preghiera”. L’Humfrey ci ripropone l’iconografia dell’opera: questi nota che Francesco, in qualità di titolare della chiesa, si trova al posto d’onore alla destra della Vergine; che l’identificazione dei santi è la seguente (da sinistra a destra): Ambrogio (non Ludovico di Tolosa) Pietro, Antonio da Padova, Chiara e Giorgio. Per quello che riguarda lo stato di conservazione dell’opera questo appare molto precario anche perché ha subito uno spostamento sulla parete settentrionale della chiesa esposto all’umidità, ma anche perché in tempi non molto lontani esso fu sottoposto ad un restauro di cui se ne vedono ancora i danni. Questo fino al 1940 quando l’opera è stata portata al riparo dai danni provocati dal periodo bellico. Essendo tale pala di proprietà dell’Ordine dei Minori Conventuali, questa è stata portata al riparo nella Basilica del Santo a Padova. Diverso è il discorso per la pala della chiesa conventuale di San Francesco di Pirano, non legata all’Ordinario diocesano ma di esclusiva pertinenza dell’Ordine dei Minori Conventuali che nel 1517 si erano divisi dai confratelli francescani Osservanti.
La pala è firmata e datata VICTORIS CHARPATJI VENETI OPUS MDXVIII - Opera di Vittore Carpaccio Veneto 1518 e mostra, in posizione eminente sugli altri quattro santi graduati sugli scalini discendenti dal trono della Madonna con Bambino, i due grandi santi dell’Ordine francescano, Francesco d’Assisi e Antonio di Padova.
I frati dunque si sono fatti dipingere la pala come hanno voluto loro. Papa Leone X, per porre fine alle beghe scandalose delle due correnti dei frati francescani, aveva imposto la
convocazione a Roma, nel 1517, del Capitolo generalissimo di tutti i figli del Poverello. I fraticelli si erano riuniti dentro Roma, ma in due chiese separate, Ara Coeli e St. Apostoli eleggendo due Ministri Generali, sicchè il papa dovette accettare la “frattura” e confermare l’uno e l’altro.
La corrente Conventuale dei Minori aveva eletto frate Antonio Marcello de Petris da Cherso, allora Ministro della Provincia francescana dalmato - veneta, personaggio di forte carattere, già emerso nelle varie cariche ricoperte di continuo nell’Ordine.
Ma chi era Antonio Marcello de Petris?
Egli nacque a Cherso nel 1450. Della giovinezza e dell’adolescenza di frate Antonio sappiamo che entrò molto presto nel convento di Cherso. Nel 1489 copriva a Veglia la carica di custode. Nel 1496 diventa provinciale di Dalmazia.
Ed ecco le tre tappe fondamentali che portano frà Antonio a diventare nel 1509 ambasciatore a Venezia, poi nel 1514 la Provincia lo elegge suo provinciale e nel 1517 viene nominato Ministro Generale dell’ordine dei frati minori conventuali e resterà in carica fino al 1523. Morirà a Cherso nel 1526.
Tornato da Roma, padre A. Marcello fu accolto a Venezia dal Doge, in Senato con grandi onori come suddito autorevole e fedelissimo, di affidabilissima discendenza essendo di padre nobile di Cherso e di madre patrizia veneziana dei Marcello, educato nel palazzo del nonno materno già Bailo Veneto a Costantinopoli.
L’arme araldica del frate Ministro Generale era troncata e portava le due insegne dei Patrizi - Petris di Cherso e dei Marcello di Venezia. Era un “ biglietto da visita “ piuttosto autoritario.
Nell’anno 1517 il frate è eletto e confermato Generale dell’Ordine, è accolto in trionfo al Palazzo Ducale di Venezia e va dritto in Istria a visitare quei conventi francescani per stroncare sul nascere qualsiasi germoglio di sedizione del ramo degli Osservanti: nel “Liber consacrationum ecclesiarum” della Curia Vescovile di Trieste - già diocesi di Capodistria - sono registrate le sue visite nella diocesi di Pola nell’anno 1517.
Avendo trovato il Carpaccio già a Capodistria, è logico pensare che lo abbia fatto ingaggiare dai suoi frati di Pirano. Le date coincidono a perfetto incastro: 1516 pala di Capodistria - 1517 quadro del Podestà Contarin e arrivo in Istria di frate A. Marcello - 1518 pala di S. Francesco di Pirano.
Un autorevole studioso di cose d’arte dell’ordine francescano, il padre Granic nel suo “Album delle opere da lui catalogate”, ha riferito appunto al padre Generale A. Marcello la commissione al Carpaccio della pala di Pirano e di altre d’Istria e Dalmazia di certo disperse e perdute nel tempo.
Ma il Granic parla addirittura di mecenatismo e munificenza dello stesso frà Antonio Marcello, cosa possibilissima data la disponibilità della cassa generalizia e del patrimoni familiare del frate che morendo lascierà al convento della sua Cherso un testamento di tutto rispetto.
Dice padre Granic del Marcello: “ Munifico mecenate del Carpaccio è da credersi gli commettesse quei dipinti che fregiano i nostri conventi d’ Istria e Dalmazia “.
La frase è riportata a pagina 105 in una nota biografica sul padre Antonio Petris Marcello nel vol. I dello “ Spoglio dei Libri Consigli della Città di Cherso “, pubblicato da Stefano professor Petris a Capodistria nel 1892.
Lo scritto del professor Petris è riportato in “ Cherso note storico geografico artistiche “ di Nicolò Lemessi, pubblicate a cura di padre Antonio Vitale Bommarco, allora Ministro Generale dei frati minori conventuali e poi Arcivescovo di Gorizia ( Roma 1980 ).
Padre A. Marcello, insignito del titolo di Arcivescovo di Patrasso “ in partibus infidelium “, nel 1522 fù nominato Vescovo di Cittanova d’Istria dove prese forti posizioni nei confronti di Portole e Umago.
In quegli anni risulterebbe che senza il suo volere nei conventi istriani non si muovesse foglia.
Lo schema iconografico della pala è così disposto: il primo santo che incontriamo alla nostra sinistra è Sant’Ambrogio, nato a Treviri, quando il padre ere prefetto.
Qui egli è raffigurato nelle vesti di un vescovo con la mitria e il pastorale e nella mano destra tiene i calici d’oro spezzati e poi tramutati in verghe per pagare il riscatto dei prigionieri cristiani, quando nel 378 i barbari invadevano l’impero.
Sant’Ambrogio dedica parte della sua vita pastorale alla propaganda della Verginità.
Questo santo potrebbe essere la rappresentazione ancora una volta del Vescovo da Sonica, che nella pala è rivolto verso di noi.
Sul secondo gradino, troviamo S. Pietro nato a Betsaida in Galilea. Insieme con il fratello Andrea conobbe Giovanni Battista e ne divenne discepolo. Tutta la famiglia era dedita alla pesca.
In questa pala egli è rappresentato con un libro aperto mentre lo sta' leggendo, e nella mano destra tiene le chiavi che testimoniano il potere spirituale a lui conferito dal Maestro.
Forse il libro che Pietro tiene nella mano è quello dell’evangelista Giovanni.
Proseguendo il nostro cammino iconografico, sul lato sinistro, a fianco della Madonna, troviamo S. Francesco, titolare della chiesa a lui dedicata.
La storia della vita del santo è nota un po' a tutti; egli infatti nasce in un antica cittadina dell’Umbria tra Perugia e Foligno nei primi del 1182, da Madonna Pica e dal ricco mercante di stoffe Pietro di Bernardone. Dopo aver condotto una vita dissoluta, egli approda alla vita monastica, e nell’aprile del 1209 o 1210 fonda l’Ordine dei Frati Minori che il santo poco dopo volle così denominati con motivi evangelici di umiltà e di ossequioso servizio e sudditanza a tutti.
S. Francesco qui viene rappresentato con il saio e nella mano tiene il Thau ebraico, in forma di T maiuscola, simbolo della Croce.
S. Francesco durante il Medioevo viene visto come un riformatore religioso, sensibile alle idee religiose, ai sentimenti e alle commozioni religiose dei suoi fratelli, non poteva restare insensibile a questi grandi movimenti e fermenti spirituali che infiammavano tutte le classi della società di allora ( Valdesi, Patari, ecc) e che riempivano l’Italia della sua giovinezza di idee nuove, di nuove aspirazioni e battaglie, di elementi sociali e religiosi contradditori e diversi.
Francesco riuscì a radunare tutta questa ricchezza dispersa, riuscì a sormontare le contraddizioni che a molti avevano aperto la via della ribellione, e la sua santità e la sua attività raccolsero in una unità virtuale tutti gli elementi diversi della religiosità cristiana del Medioevo.
Egli vi riuscì perché fu capace di proiettare sulle anime della figura di Cristo, che aveva restaurato nella propria interiorità, e la forma di vita della Chiesa primitiva, che aveva ripristinato nel suo movimento religioso da lui fondato.
Il vestito e gli attributi iconografici di S. Francesco sono in questa pala: il saio grigio (poi nero o marrone), cinto da una corda bianca con i tre nodi simboleggianti i tre voti religiosi (obbedienza, povertà e castità) e poi la Croce.
Al centro della pala troviamo la Vergine in trono con il Bambino in braccio.
La Vergine è posta sul trono della Sapienza, riccamente intarsiato. Sotto di essa abbiamo il consueto tappeto orientaleggiante.
Il Bambino Gesù tiene nella manina due ciliege; la ciliegia simboleggia l’estate perché questo sarebbe il primo albero che mette i frutti dopo l’inverno. Per questo, le ciliegie starebbero a significare l’Annunciazione e l’Incarnazione di Cristo.
Sotto il trono della Madre di Dio è posto un vaso con dei fiori di iris: questi sono considerati i fiori dell’Annunciazione. Molti scrittori ecclesiastici affermano che gli iris siano il simbolo della Vergine Maria.
Perchè il modo di rappresentare il mondo degli iris, identificato prima con l’arcobaleno e poi con i fiori di iris, rappresenterebbero anche il simbolo dell’Incarnazione di Cristo.
Gli iris sono anche simbolo di messaggi, ardore, fede, e eloquenza: tutto questo simbolismo potrebbe riallacciarsi agli eventi legati ad A. Petris Marcello.
L’iris sarebbe anche l’attributo del pentimento del dolore della Vergine Maria.
Questo simbolismo originato dal dolore della Vergine provato per la morte in croce di suo figlio, sarebbe spesso il collegamento della lacerante spada nel suo cuore.
Alla destra della Madonna troviamo Sant’Antonio da Padova nato a Lisbona nel 1190 - 95 circa e morto a Padova nel 1231.
Nel 1220, infervorato dal desiderio del martirio, in occasione del passaggio delle reliquie dei cinque Protomartitri francescani per le strade di Coimbra, chiese ed ottenne di entrare nell’Ordine dei Minori fondato poco prima da S. Francesco assumendo il nome di Antonio.
I caratteri iconografici di Antonio sono derivati direttamente e integralmente da quelli di Francesco: il saio, il libro aperto, il volto giovanile e glabro.
In questa pala, S. Antonio ha i caratteri somatici di Fra Antonio Marcello de Petris che come abbiamo già detto sopra, diventerà nel 1516 a Roma Ministro Generale dell’Ordine dei Minori conventuali.
Scendendo di uno scalino, sempre sul lato destro della pala, troviamo Santa Chiara di Assisi, nata nel 1193 dal nobile Favarone di Offeducio e da Ortolona. La sua morte avvenne nel convento di S. Damiano fuori le mura l’11 agosto 1253.
Ella qui viene rappresentata con gli attributi dell’ostensorio e della pisside.
Infatti la Santa si distinse per il culto verso l’Eucaristia, al quale è legato l’episodio prodigioso della fuga dei saraceni, che guidati da Vitale d’Aversa, a servizio di Federico II di Svevia, avevano assediato Assisi (1243) e si erano spinti fino al rifugio delle povere damianite. La santa, pur inferma, si fece condurre alla porta del monastero con Gesù Sacramentato racchiuso in una cassetta di avorio e d’argento: alla sua preghiera rispose la voce di un fanciullino dalla cassetta, dicendo: “ Io sempre vi guarderò e difenderò”. Gli assalitori, fulminati da una forza misteriosa, abbandonarono precipitosamente il sacro recinto.
L’altro attributo di Santa Chiara è la pisside, ossia un vaso liturgico, cattolico, di argento, o di altro metallo, dorato all’interno, con coperchio, nel quale si conservano le particole consacrate.
Ella qui appare nelle vesti di una monaca, ma il suo vestito ha quasi delle reminiscenze arabe: ella appare piuttosto piccola, snella, col viso allungato e le guance piene.
Infine, posto sull’ultimo gradino, troviamo S. Giorgio, ritratto come nella pala di Capodistria, ormai confermato a tutti gli effetti protettore dell’Istria e della Dalmazia.
Sotto la sacra rappresentazione, troviamo due angioletti: uno che suona la mandola e l’altro il violino. Questi stanno suonando una musica che discende dalle sfere, è un suono puro, una musica celeste, musica che ispira la nostra anima.
Alle spalle della Vergine, dietro l’ampia arcatura , troviamo la rappresentazione puntuale della cittadina di Pirano vista arrivando dal mare.
In questa pala possiamo rilevare la differenza tra le vita attiva rappresentata da S. Ambrogio, S. Pietro e S. Giorgio, e la vita contemplativa rappresentata dai Santi Francesco, Antonio e Chiara.
I santi rappresentati, hanno in comune una certa predilezione per il culto della Vergine.



“ L’ I N G R E S S O   D E L   P O D E S T A’   C O N T A R I N I   A L   D U O M O   D I   C A P O D I S T R I A “



Ma il Carpaccio nel suo soggiorno istriano non creò soltanto pale a soggetto religioso, anzi nel 1517 creerà quello che è considerato dai critici il “testamento” di Carpaccio ossia “l’ Ingresso del podestà Contarini al Duomo di Capodistria”.
Il primo a parlarci in maniera positiva di quest’opera è Giuseppe Fiocco. Più tardi anche il Muraro lo descrive così: “ l’ufficiale veneto recante gli abiti e le insegne del suo grado, si affaccia al centro del proscenio. Intorno a lui si dispongono in ordine sparso i maggiorenti del Consiglio, i personaggi più autorevoli della città, ognuno attento a muoversi in modo da potere essere in risalto, senza però nascondere con la sua persona gli altri che sono là fermi, in attesa di venire effigiati. Alcuni guardano verso lo spettatore, mentre altri confabulano più o meno animatamente, quasi per alleviare la noia della lunga attesa. E questo il ricordo e la testimonianza di un giorno solenne, sventola dalla loggia del Palazzo Pretorio il vessillo della città per festeggiare l’ingresso ufficiale del Podestà Capitano appena nominato”.


A cura della Dott.ssa Emanuela Bellemo

 

 

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