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Annigoni Pietro:
il pittore nacque a Milano nel 1910 e scomparve a Firenze nel 1988.
La famiglia
Visse a Firenze sin dal 1925, in quel tempo suo padre ingegnere
elettrotecnico, fu nominato direttore generale delle "Teti" e si
trasferì a Firenze con la famiglia. Il giovanetto Annigoni, terminati
gli studi ginnasiali agli Scolopi, si dedicò completamente al disegno
con ampio consenso della famiglia.
La sua solitudine
Amante della natura e della solitudine, alternato da liete compagnie di
amici, percorse in lungo e in largo Firenze e i suoi dintorni, sostando
spesso nelle viuzze, nelle bettole, nei mercati per disegnare o
schizzare ambienti e particolari soggetti.
Lo studio
La loggia dell'Orcagna gli fece da studio in questo periodo e per molti
mesi, ogni giorno vi trascorse varie ore disegnando le statue e più
particolarmente i personaggi caratteristici che vi si soffermano.
Le varie Accademie
Nel 1927 entrò all'Accademia di Belle Arti frequentando prima il corso
di pittura con Felice Carena, poi quello di scultura col Graziosi. Vi
rimase iscritto per circa dieci anni, ma lo frequentò di rado. Fu un
eterno e ansioso ricercatore della sua individualità, e fu molto più
assiduo alla scuola d'incisione di Celestini, e specialmente alle scuole
libere del nudo della stessa accademia e del Circolo degli Artisti.
La prima personale
Nel 1929 i suoi genitori tornarono a Milano ed egli visse solo e sempre
più intimamente con il suo lavoro. Nello stesso anno espone per la prima
volta alla Galleria Cavalensi e Botti, e nel 1932 una personale alla
Galleria di Palazzo Ferroni Firenze. Nel 1944 espone dodici disegni
sulle distruzioni di Firenze. Nel 1946 tiene una personale alla Galleria
Ranzini di Milano, vi sono esposti "Autoritratto" e "Ciaciarda".
La famiglia
reale
Dal
1949 svolge una vasta attività di ritrattistica in Inghilterra, e furono di
dominio pubblico i ritratti ai membri della famiglia reale: ad
Elisabetta II
realizzato nel 1955; a Filippo di Edimburgo e alla Principessa Margaret nel
1957.
L'ULTIMA FAVOLA
di Gilberto Grilli
C'era una volta un grande pittore, capace, secondo Berenson e
De
Chirico, di stare alla pari con i tre più grandi del
Rinascimento.
Questo genio, però, è stato nostro contemporaneo. Cosi vicino a noi che
non siamo riusciti a vederlo, come quando ci si trova a pochi centimetri
dalla facciata di un palazzo e non possiamo coglierne la dimensione
reale.
Cosi, di Annigoni scopriamo solo l'aspetto tecnico, la mostruosa abilità
esecutiva, presi come siamo a giustificare la follia e l'arroganza
dell'arte
astratta e
concettuale, delle troppe avanguardie, degli ismi
che si ripetono fino alla noia, come nel gioco degli specchi.
Un'arte, quella degli ismi e delle avanguardie, che talora ha una sua
dignità, un suo significato, quando deriva, come in
Picasso, da una
ricerca estetica seria che comunque rispetta i grandi del passato, la
natura, l'uomo. Ma in troppi altri casi quest'arte non è che una
operazione di mercato, vedi
Warhol, che ci ripropone mille volte
l'equivalente di quell'immondizia che è in mostra e in vendita in
qualsiasi shop-center.
È innegabile che il "taglio" di
Fontana,
cosi assoluto, cosi misterioso, così tipico del serial killer nella sua
ripetitività ossessiva, affascini e suggestioni soprattutto chi ha
assorbito la lezione quotidiana di autodistruzione propinata dai mass -
media sotto forma di consumismo, guerre, inquinamento.
Ma la dove Fontana denuncia inesorabilmente la nostra sconfitta con
quella buia fessura, al tempo stesso origine ed implosione dell'universo
e oscurità anatomica da cui nasciamo, Annigoni, agli antipodi, ci invita
a riflettere su ciò che possiamo ancora salvare: la nostra anima, e non
solo nel senso religioso del termine. Guardate, per esempio, (solitudine
2): è di una modernità assoluta, in essa si celano il genio compositivo
di un Mondrian, e il surrealismo di un Bali, ma è eseguita con una magia
tecnica ed espressiva che appartiene solo ai più grandi tra i grandi. Quest'opera esprime un senso dì isolamento e malinconia totale, tipica
dei nostri tempi, con l'uomo che sì rifugia e si arrocca sempre più nel
proprio egoismo per esorcizzare la distruzione di tutto ciò che sta
sotto ai suoi piedi, l'erba, le piante, gli animali, la terra.
Ed ecco che la rappresentazione annigoniana della realtà si rivela
paradossalmente più moderna, più attuale del taglio di
Fontana, perché
anziché istigarci alla rassegnazione inerte, ci invita a quella presa di
coscienza che è l'indispensabile premessa ad una sia pur improbabile via
di scampo.
Dove Fontana celebra la morte, Annigoni celebra il coraggio e la dignità
di sopravvivere.
QUEL SEGNO ININTERROTTO
DELLA STORIA
di Ernesto D'Orsi
Mai. come nel novecento, l'umanità è
stata sottoposta a sollecitazioni di ogni sorta che hanno avuto la forza
di stravolgerne perfino i connotati, e l'arte, nel suo insieme, ne è
stata l'interprete più efficace ed aderente, ma prevedo che ci vorranno
ancora parecchi anni di studi e tanta buona volontà per cercare di
capire fino in fondo il suo ruolo e portare alla luce tutta la sua
complessità.
Quello che ad una prima lettura salta immediatamente agli occhi è la
parzialità di molte posizioni critiche e l'approssimazione, più o meno
voluta, di sistemazioni storiche che non coincidono affatto con le
diverse realtà e nei fatti. E' perciò uno dei tanti luoghi comuni
affermare che l'arte del novecento sia rappresentata degnamente soltanto
dalle avanguardie e dalle sue tante filiazioni che ancora oggi si
propongono come le uniche e giuste prospettive da dove poter cogliere e
rappresentare tutto ciò che è moderno e in sintonia col nostro tempo. Verità, queste, non suffragate dai fatti ma prodotte da visioni
ideologiche di per sé pregiudiziali che hanno contaminato e quindi
falsato il corso degli eventi e l'intero panorama artistico del XX
secolo, e una pesante responsabilità in tutto
questo ce l'ha buona parte della critica italiana che già dalla fine
degli anni venti ha operato con occhio miope e quindi quanto meno
discutibile.
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Sia ben chiaro che non voglio togliere alcun merito alle cosiddette
avanguardie e nessun valore alla rivoluzione
cubista che ha
oggettivamente avuto un incontestabile ruolo nella presa di coscienza di
un mondo che già agli inizi del novecento stava mutando
irrimediabilmente: l'opera di
Picasso e quella di tutti gli altri che da
lui discendono in diverso modo approdando talvolta alle più estreme e
disparate soluzioni non si toccano e hanno ormai un posto nella storia.
Ma questo, però, non deve escludere chi, pariteticamente, ma con altro
spirito e altri strumenti, ha operato parallelamente nel corso del
secolo scorso. E mi riferisco a tutti quegli artisti che non hanno mai
messo da parte i valori secolari della buona pittura, dell'arte intesa
come costruzione perfetta e perfettibile del bello, come esecuzione
magistrale di forme, di volumi e di armonie che hanno la caratteristica
di saper raccontare indistintamente a tutti l'eterna avventura dell'uomo
comprendendo in un unico afflato creativo i differenti piani di lettura
sui quali si struttura il miracolo comunicativo.
Pietro Annigoni è uno di questi, forse il più rappresentativo se non il
più grande. La sua classicità è evidente e ostentata senza riserve,
priva di ogni timore. E' il tessuto sul quale prende vita, sin dagli
inizi, il suo discorso pittorico che è teso inequivocabilmente verso una
visione totalizzante della condizione umana che nel novecento si è
risolta nella rivolta e nella negazione.
Pietro Annigoni si serve dello strumento classico per entrare di
prepotenza nel moderno non riconoscendo antinomie, steccati e rigettando
con voluto disprezzo ogni critica che voglia confinarlo nel "vecchio"
nel "già visto", nel passato. Le sue reazioni spesso sono taglienti.
Qualcuno lo etichetta come un arrogante, un lombardo toscanizzato. In
lui in effetti, non alberga alcuna mediazione. La consapevolezza del suo
fare lo riempie fino all'orlo e gli da quella sicurezza di sé e del suo
operato che lo aiuta ad andare avanti e ad essere ciò che è: un maestro
che ha saputo restituire all'arte della pittura la sua antica dignità.
Nel ricondurre tutto all'antica disciplina, Pietro Annigoni fa tesoro
dei suoi insegnamenti e all'opposto di altri pittori
realisti del suo
tempo, che hanno prestato il fianco alle ideologie correnti trasformando
la storia in cronaca o in fatto meramente sociologico, egli opera
facendo tesoro della lezione dei grandi artisti del quattrocento che
inversamente portavano l'evento, la cronaca e l'attualità sul piano più
complesso e significativo della storia.
Questo atteggiamento che definirei soprattutto etico e morale è il
presupposto essenziale della sua pittura che è capace di assorbire tutto
anche l'eresia e traslarla su un livello più alto dove il particolare si
coniuga con l'insieme e il fluire del tempo si immerge nella immobile
eternità.
Questa è sostanzialmente la peculiarità, la cifra artistica del
classicismo, la sua assunzione incondizionata di responsabilità che
attraversa quasi tremila anni di civiltà e fa un unico corpo con la
sapienza antica e la sua immensa capacità di penetrare dentro le cose
che riguardano l'uomo nella sua universalità.
Pietro Annigoni ha il dono di questa consapevolezza e la mitre con il
suo sguardo vigile, con l'aderenza ai tempi in cui vive, con una
sensibilità che gli permette di cogliere e di descrivere compiutamente
ciò che si annida nelle profondità dell'animo umano, nell'insieme
contraddittorio delle sue azioni, nel suo essere soggetto e oggetto
della storia.
In un libro di Henry Miller pubblicato nel 1947 e che si intitola "Remenber
to Remenber" (ricordati di ricordare) si afferma che ciò che ha vita è
per sempre esente dalla morte e che la missione dell'uomo sulla terra è
ricordare.Un messaggio importante che lo scrittore americano consegna
amorevolmente ai suoi contemporanei che sembra abbiano definitivamente
smarrito il senso della memoria, dell'apparenza indissolubile a ciò che
è stato, all'essenza inalienabile delle cose. Purtroppo, nel novecento
il significato di modernità ha assunto connotati che non gli
appartengono e si è tradotto in un assurdo imperativo teso a chiudere i
conti con il passato: azzeramento, disintegrazione, nichilismo a tutto
campo. Lo stesso
Picasso, padre del
cubismo, si accorse ad un certo
punto della tragicità di questa situazione e a modo suo corse ai ripari
cercando di ripercorrere la strada della memoria resuscitando antiche
forme ed eterni miti. Del resto la singolarità della cultura europea,
diversamente da quella di oltreoceano ci consente di testimoniare la
visione totale dell'esistenza umana dalla preistoria ai nostri giorni:
un patrimonio di immagini che soltanto noi possediamo e che ci da
l'opportunità di comprendere nella sua compiutezza il percorso
dell'uomo. Senza tale bagaglio storico l'umanità sarebbe incapace di
formulare un analisi in grado di incidere e interpretare i fatti della
contemporaneità e raccordarli alle motivazioni razionali e fondamentali
che hanno determinato e rappresentato in immagini la parabola estetica
della civiltà occidentale.
Il merito forse più importante di Pietro Annigoni, è quello di essere
sempre stato refrattario ai cedimenti della memoria e di aver conservato
a dispetto delle nuove tendenze e degli intellettualismi un profondo
senso della continuità e una consapevolezza tecnica del magistero
artistico che lo ha reso unico nel panorama culturale del suo tempo: un
autentico gigante che, come diceva
Leonardo da Vinci ''fece parte per sé
solo".
Opere principali
Tuttavia non tralascia di
dedicarsi all'esecuzione di vaste composizioni, di tele ed affreschi, tra le
quali alcune tele sono da annoverarsi:
"Cristo deposto, Adamo
ed Eva, Caino ed Abele, Santi Domenicani" affreschi del 1937-40 dipinti nel
convento di S. Marco a Firenze;
"Sermone della Montagna"
tela di mt. 4x3 del 1953 situata nel collegio Ghisleri di Pavia;
"Crocifisso" affresco
del 1958 situato nella Chiesa Parrocchiale di Castagno d'Andrea;
"L'immacolata" tela di
mt. 5,50x3 del 1961 situata nella Chiesa dei Padri Claretiani a Hayes in
Inghilterra;
"S.Giuseppe Lavatore"
tela di mt. 3,50x2,70 del 1963 situato nella Basilica di S.Lorenzo a
Firenze;
"Vita" tela di mt.
5,30x3 del 1962 situato nell'Accademia d'Arte di Dino Scalabrini di
Montecatini;
"Deposizione a
Resurrezione, Geremia, Isaia, la Piscina Probatica, Resurrezione di Lazzaro,
Cristo nell'Orto, Ultima Cena, Apocalisse, Pentecoste", ciclo di affreschi
realizzati dal 1967-78 ed esposti nel Santuario della Madonna del Buon
Consiglio a Ponte Buggianese in provicia di Pistoia;
"Martirologio e
Beatificazione di MAssimo Kolbe" tela di mt. 1,80X3,75 del 1979 esposto
nella Chiesa del santo a Padova;
Affreschi del 1972-73
esposti nella Sala Pontormo a Wethersfield-Amenia in New York;
Episodi della vita di
S.Benedetto e sua glorificazione, opere del 1978-80 esposti nella Chiesa
Maggiore di Montecassino.
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