|
Angelo Liberati
Caro Angelo,
Mi accorgo che non è facile scrivere del tuo lavoro: è il quarto foglio
che tiro via dalla macchina senza costrutto. E sì che la tua pittura non
è fatta per ingannare, falsificare o violentare, ma sembra spiegarsi con
la felicità fanciullesca, per un puro e semplice entusiasmo della
comunicazione visiva. Forse nient'altro ci si dovrebbe chiedere, di
fronte ad una tecnica spontanea e a uno spartito di colori e di materie
dall’aria fin troppo “naturale”, come un fiore espanso in una bolla
screziata. Allora cos’è che sfugge e resiste ad una lettura più attenta?
Un fantasma ubiquo, sfumato, una leggera ma percettibile contrazione
della scrittura: lo sguardo deviante di Rembrandt, il mio sguardo? Ti
dispiacerà, ma la tentazione di leggerti in chiave psicoanalitica è
fortissima. E fortissimo il sospetto che al centro dei tuoi interessi
non siano tanto gli aspetti cangianti e le infinite combinazioni delle
forme, quanto una “ferita” che ne sciupi le fattezze e che ne trapassi
la superficie. Sta di fatto che l’apparente cordialità di questi fogli
si dissolve presto, come la nebbia sul campo di un duello; e subito
t’accorgi che di un duello si tratta, appunto: un’accanitissima zuffa
tra lacerti di un museo personale, e la gran massa fluente e inorganica
dei materiali plastici allo stato magmatico; tra il sistema di
comunicazione certo e collaudato dei rotocalchi e del museo, e lo spazio
che rugge e ribolle come lava.
Ma fin qui l’evidenza. E sempre resta da chiarire in che modo queste
immagini ci coinvolgono, arrivando a toccare, malgrado lo scialo
(elegantissimo) dell’eclettismo, il nervo vivo della sensibilità
individuale. Poiché, sicuramente, le citazioni a volte ossessive di van
Eyck, di Guttuso, di De Chirico, di Vespignani (a proposito, grazie!)
non sono voci ritualmente contrastanti di un dibattito meramente
teoretico, argomentazioni per uno scazzo finale tra figurazione e
astrattismo. Mi paiono piuttosto la zavorra (il “piombo”, credo che si
dica in termini di ingegneria navale) che permette all’imbarcazione di
inclinarsi, senza rischio reale, nel vortice dei colori, del gioco
calligrafico e diversivo dei riporti rauscenberghiani. Né posso
immaginare come puramente casuale il fatto che queste “memorie” di
antichi artisti (di linguaggi cristallizzati) appartengano senza
eccezione al nobilissimo repertorio delle immagini incise, o disegnate
in punta di penna, nero su bianco. Poiché il tratto d’inchiostro,
lucente come carbon coke, si appoggia alla violenza antica del colore
con uguale e opposta violenza, profittando in maniera fin troppo
deliberata dei pieni e dei vuoti. Così l’occhio del gran pittore della
Ronda diventa grumo di rovi, nido di uccelli notturni; e cicatrice, e
offesa.
Che questi personaggi, riconoscibilissimi persino nella loro “griffe”
stilistica, combusti come se risalissero dal mondo infero delle miniere,
siano i convitati di pietra di una festa sul punto di finire male? Nella
danza travolgente dei rossi, dei blu, degli arancioni, delle nuances
gridelline, ci guardano un po’ “ingufiti”, con occhi di spie, di
questurini? O come profeti inascoltati? Poi nello spazio sfregato di
gesso bianco o di rosso peperoncino, come nella piatta che segue la
tempesta, galleggiano i frammenti del vivere quotidiano: matite,
fotografie, animali, macchine, strisce di manifesti e di giornali,
cravatte, piattini da caffè, mozziconi di sigarette. Forse nemmeno tu
saprai dire se sono gli interpreti di un balletto o le coordinate per
disegnare una mappa aggiornata della distruttività umana; se stanno lì
ad evocare dolori ostinatamente sofferti o i supplizi indicibili della
noia.
Chissà perché mi vengono in mente i versi di T.S. Eliot (secondo dei
“Quattro Quartetti”):
Non ha fine il lamento senza voce,
non l’appassire dei fiori appassiti,
né il moto del dolore che immobile non duole,
né la deriva del mare e i rottami in deriva…
Come vedi non ho risposto a nessun interrogativo; qualcuno in più m’è
cresciuto tra le righe. Forse non poteva essere altrimenti;
invecchiando, mi pare che la pittura debba servire a ingarbugliare il
mondo, piuttosto che a chiarirlo. A mescolare il fondo del pantano.
Renzo Vespignani, Roma 1989
Caro Angelo,
rileggo quello che scrissi su di te nel 1989: a prima vista sembra che
ancora sia calzante. Poi mi accorgo del recente “Stagno”, con quel blu
smeraldo così immediatamente godibile come acqua profonda, aria, profumo
di realtà, luce catturata e rifratta, e subito penso che qualcosa è
cambiato nel tuo sistema di messaggi. Non dico il colore o la
calligrafia; né il modo di essere artista (del quale sarai sempre
prigioniero come lo sarai del tuo corpo, della forma delle tue braccia,
delle mani). Penso, piuttosto, che ciò che si evolve, o cambia pelle,
sia la tua capacità di “ricevere” l’esperienza quotidiana del mondo. Nei
sensi più che nella ragione. Nell’emozione prima che nella forma.
Fino a qualche tempo fa vedevo nei tuoi quadri una sorta di dibattito, o
duello, o “scazzo” tra forme astratte e forme figurative, tra caos e
ordine, tra sperimentalismo e tradizione; o meglio (ancora
semplificando) il rifiuto o la impossibilità di scelta tra due sistemi
di comunicare col mondo; dal momento che, sottese a queste due modalità
percettive ed espressive, agivano passioni e culture profondamente
diverse e inconciliabili. O conciliabili soltanto per elegantissima
giustapposizione (ma già non è più il caso di questo Rembrandt, dove il
vecchio maestro sembra assistere – perplesso? – al trasformarsi della
materia informale e incandescente nello spettro del Bue squartato). Poi
Valle Giulia, L’Ibiscus di Adriana, L’Uva, Rembrandt (quello col
grappolo), Le Fragole, L’Europeo….. E cito solo a memoria. Cosa vi
intravedo? O meglio cosa vi “sento”, se la tua pittura è, per la prima
volta, godibile con tutti i sensi, col naso, con le orecchie, con la
bocca, col tatto? Stai per restaurare – e rinnovare – l’antica (ancora
venerabile?) funzione dell’artista- sacerdote, che accorda alla vita
della natura il suo immaginario e la naturalità del suo segno? Oppure
hai smesso di fare pittura che ragiona sulla pittura?
Comunque sia, mi pare che non abbia più senso parlare di schizofrenia
formale, o di scissura, a proposito del tuo lavoro, mentre ne acquista,
e molto, parlare di ricomposizione. E, chissà, di tema cantabile….
Sono convinto così che tu sia giunto alla percezione di luoghi
fisicamente determinati, veri e tuttavia stranianti; dove il racconto
dell’esperienza quotidiana è costruito in un tempo astratto, “privato”
degli uomini: quasi, di loro, tu trattenessi soltanto l’ombra. Luoghi di
natura, e spesso bellissimi e fragranti di profumi e sapori, ma insieme
calati in un’aura – malgrado la fermezza delle forme – di sogno
evanescente, di sottili “snaturamenti”. Con la pittura si possono
descrivere i sogni (che forse sono sempre incubi) con la pregnanza che
mai si avrà sul divano di uno psicanalista: in questi tuoi quadri cielo
e suolo si scambiano con acqua e fiamme, le linee di fuga prospettica
con quelle a piombo. E però non voglio dire che le tue opere sono più
intense di quanto fossero prima: ma semplicemente che sono più libere,
più sfogate. La rappresentazione è sempre al colore bianco: solo che ne
trapela (dosato, se vuoi, dalla negazione ironica) un lirismo inusuale.
O chissà, azzardando una locuzione priva di senso a questi chiari di
luna, la “cordialità del sensibile”.
“L’arte è transizione dalla natura alla cultura – scriveva Holderlin – e
dalla cultura alla natura”. E’ un rischio inesauribile, più lungo della
nostra vita. E, soprattutto, inevitabile.
Renzo Vespignani, Roma 1993
angelo-liberati@libero.it
|



|