|
English version
Luca Alinari:
nasce il 27 ottobre 1943 a
Firenze, nei cui dintorni vive e lavora.
Ha frequentato la Facoltà di Lettere e si è occupato al principio di
critica letteraria.
La sua prima mostra personale risale al 1969 a Firenze e da allora è
riconosciuto come uno degli autori più significativi dell’arte
contemporanea.
I suoi primi riferimenti stilistici sono alla corrente “Neodada”, in
adesione alla quale utilizza le tecniche più diverse: disegno con uso di
colori fluorescenti, decalcomania, collage, trasposizioni fotografiche.
Nella seconda metà degli anni Settanta comincia ad essere invitato alle
più significative manifestazioni artistiche e nel 1982 partecipa alla
Biennale di Venezia.
Le sue opere, che costituiscono il diario fantastico ed affascinante
delle vicende del nostro tempo, si esprimono attraverso una notevole
precisione figurale.
L’elemento fondamentale della pittura è l’assenza di piani prospettici;
i suoi paesaggi richiamano al giocoso e fantastico mondo dell’infanzia.
I suoi quadri, sono veri e propri mondi fiabeschi e si caratterizzano
per la vivace stesura dei colori su stoffe già colorate, con sfumature
particolarissime legate ad un mondo poetico del tutto personale.
C’è un certo mistero in quelle due figure femminili, come se fossero
galassie sospese nello spazio, mentre la piccola Terra fluttua sopra di
esse. E’ una pittura attraente, con qualcosa di "segreto" che non si
rileva mai completamente...
Josè Saramago
Pensieri:
ho sempre cercato nell’arte, in qualunque arte, la novità. Cioè, qualche
cosa che non avevo mai visto prima, che mi stupisca, mi sorprenda, mi
entusiasmi, mi provochi quel sentimento, così pungente e sotterraneo, il
più sicuro segno dell’ammirazione, che è l’invidia. Che delizia
l’invidia, che sentimento pieno, sicuro, inequivocabile e dolcissimo, e
come somiglia all’amore e alla gelosia. Avevo visto, sogguardato,
sbirciato, "fulminato con lo sguardo" alcune opere di Luca Alinari nella
sua casa di Firenze, una bella casa liberty così simile alla scena fissa
di un teatro di prosa fin-de-siecle, forse di Vaueville, forse di
marionette e avevo promesso di scrivergli qualche cosa quando fosse
arrivata l’occasione. Ora l’occasione è venuta ed eccomi presente
all’appuntamento. Nel frattempo (casa e opere le avevo viste alcuni anni
fa) mi arrivavano cataloghi di Luca Alinari e, quanto avevo visto, si
era sedimentato nello sguardo e via, via si riaccendeva. Ricordavo: la
sua casa, con i suoi rosei cilestrini, la figura fisica di Luca Alinari,
allampanata fuori di tempo come i suoi baffetti, mi ricordavo a sua
volta il lampo di uno sguardo di Montale a Trieste, su un soprabito
svolazzante e nerastro dietro cui si nascondeva un pittore di cui Bobi
Bazlen, al suo fianco, disse il nome: Carmelich, scomparso nella bora.
Si nasconde dietro Luca Alinari un poeta futurista del 1910, un magro e
altissimo ufficialetto con mostrine color di fiamma o ancor più ridotto,
uno di quei giocattoli che si chiamano jo-jo? E quei suoi stranissimi
quadri rosei e celestrini con biscottini e fagiolini e budini, con
figure dai nasini ad antenna elettrica o spirale, con cubi e coni in
testa come Pinocchio, quel suo amalgama pazzesco, meticolosissimo, e
colorato in trasparenza nascondeva forse i relitti minimi e
interrogativi di tutte le infanzie del mondo? La sorpresa, l’invidia
agivano col tempo, si arricchivano di nuovi cataloghi, nuovi quadri che
mi giungevano via via, si sarebbe detto, attraverso l’etere:
trasmissioni di una radio a galena i sui scoppi ti lasciano intendere in
mezzo a lunghissime, noiose pause il borbottio, il trillo di una voce,
di una mezza parola mai compiuta? Non posso dirlo. Una cosa era certa:
non avevo mai visto quadri così, e la sorpresa, la novità era dunque e
comunque assicurata. Sì, qualche cosa avevo visto che assomigliava, ma
non era lui: il pazzo Sonnestren, i colori dell’intabarrato
Hundertwasser che scompare nelle nebbie dell’inverno veneziano,
soprattutto il Signor Bonaventura e Sergio Tofano, lui stesso con i suoi
baffetti e la sua farfallina nell’estranea Roma. Non avevano e non
hanno, i quadri di Luca Alinari, che il guizzo di un passaggio di
corrente, una filiforme lingua azzurra in movimento: ed è tutto. Ma
basta così, il corto circuito avviene e fulmina. Come potrò più
dimenticare quel cugino Mario con naso a resistenza elettrica, uscente
da una casa-vortice, verso uno spazio con fabbriche e ciminiere, e in
cielo una navetta trottola di polvere pirica? L’impressione generale è
quella di una favola senza fine, infilata dentro un caleidoscopio, con
piante, vermicoli e bacilli e alberi e paesaggi in una pazza danza
contro l’arcobaleno. Ma, come si vede, è assai difficile definire, anche
per accumulo, i quadri di Luca Alinari. Basti dire che, per quanto mi
riguarda, l’inconscio diventa una solida roccia a cui aggrapparsi, e da
lì contemplare sia isole felici che foreste e campanili e coni di gelato
guizzanti in un cielo di coriandoli. Intatta rimane l’invidia. Perché?
Cercheremo di rispondere a questa domanda sempre essenziale. E
naturalmente con la diabolica e infantile magia di Luca Alinari ma,
ahimè!, con la pallida, eco della parola di uno scrittore e non di un
mago. L’invidia è presto detta: è l’invidia per chi riesce a trasmettere
l’idea dell’arte moderna. Quella scomposizione di forme attraverso le
visioni della fantasia e non soltanto delle forme e dei colori; è
insomma quello che io pensavo fin da ragazzo fosse e dovesse essere
l’arte moderna. Sono i segni a pastelli di cera che io stesso facevo dai
quattro ai cinque anni su una carta con l’idea di copiare certe
illustrazioni di Pinocchio. Poi chiedevo il parere e mi si diceva: "Ma
Pinocchio dov’è? Non si capisce niente. Luca Alinari è riuscito ad
esprimere l’idea di Pinocchio. Vogliamo dire l’idea platonica? Quale
improbabile interrogativo in questo suo lavoro e quanta felicità! Se è
vero, come è vero, che l’infanzia è la culla dell’arte, Luca Alinari ci
vive in perpetuità, tra guancialini e merendine, nei tremori dei
temporali, delle lampadine fulminate, delle resistenze elettriche dei
proibiti cavi di corrente. Cero, è difficile uscire dalla Veduta
dell’auto in sosta o da Radio (sono titoli dei due bellissimi quadri),
ma come si va si esce comunque nell’etere: abitato, abitatissimo di
elettricità, di segni e spirali, salvo forse in qualche Isola dove la
lastra variegata del mare azzurro profondo ci attende per un tuffo.
Abitatissimo anche quello.
Goffredo Parise
Un momento di matrice dada
e, quindi, la scelta fotografica. In questo caso il fotogramma di un
film. La stampa viene cancellata con solventi e "ricostruita" con chine,
tempere, olio. Lo sfondo diviene un paesaggio magmatico, volti
enigmatici appaiono improvvisi. Il primo dei molti lavori di
elaborazione su foto (foto talvolta trovate, talaltra scattate,
fotocopiate ed ingigantite. E quindi cancellate e "ricostruite") degli
anni 1970-73. Lavori che non tendono mai ad un nitore iconografico
tipico della fotografia, ma, al contrario, alla distruzione di quel
nitore. Alla conquista di un’altra immagine "oltre" il documento
meccanico....
Edoardo Sanguineti
Le figure di Alinari hanno perduto la profondità della coscienza quale
ci offrivano gli sguardi che un altro toscano, Amedeo Modigliani, donava
alle sue creature e ha lasciato solo forme allampanate, stravolte,
geometriche. Pupazzi, insomma. Oppure infelici che prendono coscienza di
una condizione di estraneità al mondo nel quale vivono e si consumano
nella malinconia della scoperta. Nella finta allegria delle opere
bucoliche di Alinari si celebra l’infelicità del mondo ucciso dal
progresso, devastato dal bisogno di dominare la natura e di sfruttarla
per fini utilitaristici. Non i colori quali la creazione ha imposto alle
cose ci offre questa pittura ma l’alterazione cromatica di una natura
malata, infebbrata, una natura pallida come la morte o insanguinata come
un corpo sventrato. E tutto questo, se la mia lettura è giusta e non
falsata da un avvinazzamento cromatico, è nascosto in un sapiente gioco
di contrasto e di mimesi dove la raffigurazione naif ed edulcorante cela
un significato che l’effetto caricaturale del disegno e la violenza dei
colori tendono invece a denunciare.
Raffaele Nigro
|










|
Ho visto poco di Luca Alinari,
sei, sette quadri l’estate scorsa: magici e incantati come il luogo dove il
pittore dipingeva. Mitica isola vulcanica e barbarica, letteralmente
dominata e sconquassata dal vento e sorvolata da amplissimi cieli stellati
naviganti, e mitici mi apparvero i dipinti di Alinari. Anche le sue stelle,
in cifre misteriose, quasi sigle lanciate tra remote, ma non nemiche
galassie, non stavano ferme sulle tele. Indicavano spazi, nuovi itinerari,
messaggi dolcemente catartici per ammansire le belve. Colori chiari in netto
contrasto con l’appesantimento generale; disegni semplici per la formazione
di un nuovo "sillabario", per un umanesimo da far rifiorire dopo l’eventuale
diluvio che non finisce d’imperversare sul nostro capo e nei nostri cuori.
Sulla via dei ricordi, in quei giorni di una felicità pura e limpida,
circondato dalle profondità mediterranee, che a Pantelleria toccano abissi e
vertigini inconsueti, la pittura di Luca Alinari (tutto vestito di bianco
come un filosofo arabo) mi apparve come l’unica conforme all’ambiente,
l’unica degna di essere guardata, letta e interpretata: quasi un viatico
verso incantesimi intangibili. A Luca, fra tanto guazzabuglio, piace giocare
(almeno così sembrerebbe), risentirsi ragazzo, monello, saltare da un
marciapiede all’altro; ridurre, insomma, certi problemacci esistenziali a
quak punto minimo di contraddizione e di armonie possibili per sopravvivere
e, se possibile, con-vivere; sbuffando stelline, sì, proprio stelline, ma
dalle punte aguzze e taglienti, che lasciano ferite vitree, rimarginabili
solo col sale di una sapienza misteriosa di cui Luca Alinari è uno dei
pochi, oggi, ad averne la chiave. Di quella luve viatrice di nuove e buone
parole che si staccavano da quei sei, sette quadri esposti a Pantelleria –
tutti venduti e, direi, quasi rubati – ancora oggi dopo un autunno pieno di
dissensi e di nefande verità, me ne servo come di un efficace fanalino nella
nebbia che ci circonda per non scontrarmi con gli altri. Penso che un quadro
di Luca Alinari in una casa è un segno di pace. E stufi come siamo delle
false tragedie, che nascondono le vere, questo non è poco: potrebbe servire
per ricominciare il discorso perduto. Nel segno di una pittura pulsante una
strana, inspiegabile genialità.
Domenico Rea
Più di altri amici e sodali che nell’ambito dello sperimentalismo e del
gusto gli si possono attribuire, Alinari ha dalla sua una maggiore simpatia,
una minore tetraggine, un’aria divertita e pungente che gli sta bene. Per
una avventura grafica e coloristica che alla fine lo diverte, Alinari non
avrebbe bisogno di scomodare grossi problemi e impettite prese di coscienza.
Oggi come oggi, la coscienza ce l’ha il lupo: e per il lupo, un pittore così
giovane e fragile che ama il suo gioco, sarà sempre un agnello. A primo
acchito, la pittura di Alinari ricorda il fumetto, un fumetto in cui sia
accaduto miracolosamente l’ordine e in cui l’angelo notturno abbia fatto
pulizia sparendo all’alba. I cattivi odori sono scomparsi, è rimasta una
igiene perfetta, da rima baciata. La leggerezza, la superficialità, si
ritagliano da sole, per una "operazione X" che l’evidenza e la scena non
bastano a spiegare. Perché nulla è accaduto, nulla potrà accadere.
L’operazione è soltanto mentale. Iconografia del mas-media, non-senso
dell’esattezza, l’alienazione propria d’una scheda che abbia tutto
registrato dalle date ai segni particolari. Tutto questo va bene, ma sarebbe
intenzionale se non fosse pittura. I valori di pittura possono dare e danno
scacco alla ironia che tenta sconsacrare il quadro abilmente costruito per
piacere e non per sottolineare il rifiuto della stessa realtà che raffigura.
Rimane tuttavia, può rimanere in agguato, un sospetto di raggiro
intellettuale, questo: che la velleità contestatrice abbia a contare più del
risultato raggiunto. Ma un quadro appartiene ancora alle idee del suo autore
o non è piuttosto un fatto a sé sufficiente? Questa pittura realizza in
effetti e definisce con la presenza dei suoi ambienti e dei suoi oggetti
quotidiani una rarefazione superficiale e continua, è un catalogo di nome,
di convenzioni, quindi, più che di cose. E’ tuttavia un ritratto di persone
virtuali dentro un traffico di relazioni ossessive, di ordini senza tregua.
Un racconto immaginario di affari, di "delitti", di eventi comunque poco
puliti e devastatori rispetto alla illesa probità raggelante delle stanze,
delle macchine, delle armature, dei vetri che descrivono nel colore e nel
segno un traffico di parole, di intrighi, di pause che non ci è dato
d’intendere o di interpretare in altro nodo. Tuttavia questa pittura ammette
una lettura diretta, una credibilità di rappresentazione, trattiene il
fascino che noi stessi proviamo, l’ingenua meraviglia per le macchine
inutili. Il rapporto tra la "finzione", che è di ogni poesia e di ogni
pittura, e la "falsità" artistica del prendere sul serio e alla lettera la
falsità propria della vita consumistica e alienante di oggi, se impediscono
una lettura in buona fede del quadro, non riescono tuttavia a dissacrarla:
in quanto il tempo di elaborazione del pittore, nel raggiungimento della sua
puntualità virtuosa, non può escludere e non esclude l’aria di compiaciuta
vetrina in cui l’opera si espone, raccogliendo sì tutte le intenzioni
contestative e ironiche dell’autore, ma assicurandogli tuttavia nel merito
della pittura una credulità ancora più che seria, seriosa e persino
scolastica. E’ destino che l’ironia e la dialettica estremizzata a valersi
di tutte le occasioni del suo gioco tra immaginazione e realtà, tra virtuale
e reale, alla fine debbano affidare all’interprete, spettatore e a suo modo
"consumatore" del quadro, una lettura ultima che parte dalla pittura per
giungere ad altro, e mai viceversa. E che l’arte sia "apparenza" dal tempo
dei tempi è prova solo che essa dal tempo dei tempi è anche l’unica realtà
del vedere. Quanto ai "concetti" e alla "poetica" di Alinari, essi ci
interessano meno della sua pittura, e solo in merito a essa hanno da
testimoniare quanto il negativo e l’irrealtà abbiano bisogno di una
pedanteria esosa e ossessiva, di un’assidua microscopia mentale. I sofismi,
anch’essi puntuali esosi e pedanti, vengono dopo a convincerci che non ci
sono mondi falsi ma falsi pensieri. L’importante è che Alinari con le sue
cabale faccia pittura alla lettera, quale va vista, s’intende ed è.
Alfonso Gatto
Percorso:
1969 1971 1972
Galleria Inquadrature, Firenze
Galleria Larsen, Copenaghen Galleria Vinciana, Milano Galleria Michaud,
Firenze
1973 1974 1976
Galleria La Medusa, Roma Studio Davico, Torino
Galleria Etrusculudeus, Roma Galleria Santa Croce, Firenze
Museo DÆArte Moderna, Torino
1978 1979 1981
Galleria Blu, Milano Rotonda della Besana, Milano
Galleria DÆArte Moderna, Bologna Studio Palazzoli, Milano
1982 1984 1985
Palazzo Novellucci, Prato
Biennale di Venezia Magazzini del Sale, Siena
Galleria Aminta, Siena Galleria Il Milione, Milano
1986 1987 1988
XI Quadriennale, Roma
Sala dÆArme, Palazzo Vecchio, Firenze Galleria Il Milione, Milano Galleria
Bagnai, Siena
Museo Civico, San Marino
1992 1993 1995
Galleria Rotta, Genova Palazzo Reale, Milano Museo Villa Croce, Genova
2000 2001 2002
Palazzo Medici Riccardi, Firenze Galleria Il Milione, Milano 2a Biennale,
Porto Ercole
Biblioteca Municipal S. Maria da Feira, Oporto
Mubag Museo Bellas Artes, Alicante
Istituto Italiano Cultura, Lisbona
Daniele Ugolini Contemporary, Firenze
2003
Pinatoce Comunale, Conversano
Galleria Adler, Parigi
Galleria Luis Burgos, Madrid
Galleria Palazzetto Alamanni, Montevarchi
|